Da bambina sono sempre stata molto timida e goffa. Qualunque cosa facessi o ovunque andassi, mi portavo sempre dietro il mio guscio, come fanno le lumache e, al primo contatto con il mondo esterno, tac, che ci rientravo dentro. Era la mia arma di difesa, la mia protezione dal mondo. Ma al mondo, il mio guscio non andava bene. All’insegnante di inglese, per esempio. Che mi diceva sempre che non avrei potuto continuare ad essere così timida. Che prima o poi sarei dovuta uscire allo scoperto, fare i conti con il mondo. E vi giuro che poi ce l’ho fatta,ad uscire allo scoperto, ad abbracciare il mondo. Ma è stato un percorso lungo e talvolta doloroso. Ma non lungo che ci ho messo anni ad uscire dalla mia tana creata ad hoc, ma lungo nel senso che ci ho messo anni a prendere consapevolezza del fatto che non potevo più continuare così. Ma ci è voluto un giorno solo per saltare fuori. Dal guscio s’intende. Perché sì, talvolta, la paura di fare qualcosa è più grande della cosa stessa. Che in sé, affrontare la vita non era così drammatico ai miei occhi, ma era sovradimensionata l’idea di provare ad affrontarla, la vita là fuori. Era come trovarsi di fronte a una grande centrifuga e non trovare mai il coraggio di saltarci dentro- o fuori, dipende dai punti di vista- per paura di essere schiacciato. Ma io l’avevo capito già da tempo che non era giusto nei miei confronti, continuare così. L’avevo capito ancora prima degli sguardi di chi, senza parlare, voleva dirmi di fare il grande salto. Prima ancora che leggessi quel libro di cui non ricordo il titolo che avrebbe dovuto aiutarmi a spaccare il mondo. Ma nessuno mi aveva ancora insegnato che ognuno ha i suoi tempi. Che non tutti siamo nati sotto il segno dei pesci e che qualcuno invece è della bilancia e ha bisogno di tempo, di maturare lentamente, come l’uva prima di diventare vino. Che se ero così non era perché ero difettata ma che forse, come il pane, avevo bisogno di lievitare prima di essere assaporato. Ma bando alle metafore enogastronomiche che è ora di pranzo e mi sta venendo fame, torniamo a noi.
Erano i famosi anni 2000 e io ero una briciola dimenticata sul tavolo. La mia preadoloscenza stava a sbocciando ma io non ero per nulla pronta a fiorire. Mi vergognavo del mio corpo, del mio modo di parlare, di camminare. Mi vergognavo persino dei miei sogni. Ma non perché fossero stupidi, i miei sogni -che poi magari lo erano anche – ma perché non mi sembravano all’altezza delle aspettative di chi mi circondava. Sarei voluta sparire. Scappare lontano per non essere giudicata da nessuno. E invece mi toccò di rimanere lì, imprigionata da me stessa. Vedevo il mondo andare avanti anche senza il mio contributo e ne soffrivo. Avevo mille cose da dire ma non sapevo in che lingua parlare. Così diventai sempre più introversa fino a fondermi con il mio guscio. Eravamo diventati un tutt’uno.
Fu un ragazzo, il mio primo ragazzo, ormai amico di vecchia data, ad allungarmi una mano. Lo fece senza volerlo, credo. Avevo 16 anni, o forse 17. Mi regalò un CD. C’erano scritte sopra le traccie, canzoni a caso, dal punk al rap alla musica classica. Ma una traccia non era segnata. Quella di un vocale(come diremmo ora) che lui ci registrò sopra. E non era una dedica d’amore. Ma una racconto breve scritto da me trovato in un libro che gli avevo prestato. Me lo aveva rubato, ma ora, in una forma diversa, me lo stava restituendo. Mi arrabbiai con lui per il furto ma poi capì che a qualcuno era piaciuto. Qualcuno aveva apprezzato quello che avevo da dire e per me, che ero così sfiduciata dalla vita, era qualcosa di grandioso.

Ora, io sono tutto fuorché una persona pessimista, triste in modo viscerale o trascendentalmente infelice. Anche se leggendo questo post potreste pensare il contrario vi assicuro che non sono così. È che mi ci è voluta una vita intera, o forse è stato un attimo, affinché io cominciassi a vedere il mondo come un posto di cui fidarmi,affinché amassi la vita più me stessa, sono banale lo so, ma io la mia vita la amo immensamente. Ed è stato quando ho capito di amare ciò che mi circondava, ciò che ero, ciò che facevo e quando ho iniziato ad apprezzare le mie smagliature e i denti accavallati e mi sono emozionata ascoltando la traccia di ciò che avevo scritto che ho capito che un guscio non mi serviva più. E quindi niente. Quindi Bang Bang. Ho sparato al mio guscio e ho iniziato a vivere.
3 replies on “Bang Bang”
Wow. Sei proprio brava a scrivere. Il giusto mezzo fra Conrad & Kinsella direbbero quelli bravi…
Io invece mi limito ad aggiungere che condividere un simile spaccato ti fa onore. Credo sia la tua arma reale in…più.
Con stima da “scrittore” a scrittrice…
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Non scomodiamo nessuno, per favore. Io mi limito a mettere bianco su nero quello che sento. Comunque apprezzo il complimento. Fa sempre piacere riceverne. Ti abbraccio
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Nero su bianco, chiedo perdono.
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