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Educare ad amarsi

Mia madre sostiene sempre che dovrei scrivere un libro. Ma lei non lo sa – e nemmeno io a dire il vero visto che di libri non ne ho mai scritti – quanto impegno ci voglia, a scrivere un libro. Per quanto mi riguarda è piuttosto impegnativo pensare, modellare, partorire un post al giorno. Figuriamoci un libro. Così, mi limiterò a scrivere un articolo, su un tema a cui tengo particolarmente.

Era l’inizio degli anni 2000. Sì quando andavano di moda i pantaloni a vita bassissima che non lasciavano nulla all’immaginazione. Magari abbinati ad una bella t-shirt che lasciava intravedere ombelico, costole e interiora. Scusate per l’immagine che si sarà formata nella vostra mente, ma io me li ricordo così, gli anni 2000. Dicevamo, erano gli anni 2000, i primi anni 2000 e io, avevo su per giù, 12 anni. 12 anni, sì. Una vita fa. Per la precisione 18 anni fa. Esattamente gli anni che mi ci sono voluti, per imparare ad amarmi. Perché sì, non è che sia poi così facile, amarsi intendo. Certo ci sono persone a cui viene più facile, persone dotate di un amore infinito per sé stesse,persone che hanno così tanto amore per sé stesse da oscurare gli altri. Poi ci sono persone che invece hanno amore per sé ma anche per le altre. E quelle sono persone da ammirare. Poi ci sono persone incapaci di amare chiunque, qualunque e comunque. E di quelle persone, forse, bisogna avere un po’ di paura. E poi, infine ci sono persone capaccissime di amare gli altri, ma del tutto incapaci, di amare se stesse. Come me, ad esempio. O meglio come me prima che imparassi ad amarmi. Perché poi, quando impari, ad amarti intendo, diventa come una droga. E non ne puoi più fare a meno.

Ma ci sono voluti anni prima che io imparassi quest’arte, quella di amarmi. Che poi, forse, più che un’arte io la vedo più come una disciplina. Una disciplina che andrebbe insegnata a scuola. Ma non una di quelle discipline facoltative come il laboratorio di cucina, ma come quelle discipline obbligatorie tipo il disegno tecnico, anche se non sono mai stata capace dì tirare una riga dritta neanche a piangere.

Ma io non dico che sia facile, imparare ad amarsi. Tutt’altro. Perché ci vuole costanza, e impegno, e ci si deve guardare dentro. Tante volte. E ci si deve allenare, ad amare se stessi. E non è che bisogna smettere di amare gli altri o amarli un po’ di meno per amare se stessi, bisogna soltanto smettere di vedere soltanto gli altri come esseri bisognosi di amore. Bisogna riconoscere sì i pregi e i talenti delle persone che ci circondano, ma anche i nostri. Dobbiamo imparare che non c’è niente di male a volersi bene. E che non significa che ce la tiriamo o che pecchiamo di arroganza. Significa essere grati alla vita di essere dalla nostra parte o semplicemente di essere. E quindi, anche se più che un post potrebbe risultare un sermone, cominciamo o ricominciamo o continuiamo ad amare noi stessi per quello che siamo. E non dico di continuare a scofanarci di junky food se siamo un po’ oversize e di dire tanto io mi amo così ma anzi cominciamo a prenderci cura di noi. Del nostro fisico, del nostro spirito e della nostra mente. E smettiamola di dire che ormai è troppi tardi, perché anche se può essere banale e io sono banale, non è tardi per niente. Non è tardi per entrare in quel paio di jeans, non è tardi per imparare una nuova lingua o imparare un nuovo mestiere, non è tardi per innamorarsi.

Perché sì, se potessi tornare indietro nel tempo di 18 anni, a quando avevo 12 anni vorrei ritrovarmi nella mia classe di allora, con i miei compagni di allora. Ed alzare la mano, e senza vergogna, chiedere all’insegnante:ma com’è che s’impara a volersi bene? E sentirmi dire che ci vuole pazienza, e che ci si deve guardare dentro non una non due non tre volte ma tante, infinite volte. E vorrei sentirmi dire che per imparare ad amarsi non è mai troppi tardi ma nemmeno troppo presto. Che una vita senza amare gli altri è una vita a metà ma che una vita senza amare se stessi non è vita.

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Buttati, anche se non è morbido!

Questo post è dedicato a te, che sei un ragazzo, un giovane adolescente, un quasi più che ventenne, uno che ha passato i 20 da un po’ o uno che, nonostante gli anni, continua a sentirsi giovane. Questo post è dedicato a te, che hai sempre avuto quel talento, quel sogno nel famoso cassetto, ma non hai mai avuto il coraggio di mostrarlo al mondo. Forse, per paura di non farcela, forse, per paura di essere giudicato.

Io, ad esempio, ho sempre amato scrivere. Scrivevo dappertutto. Sulle pagine bianche dei libri, sulle copertine dei quaderni, sui tovaglioli di carta dei ristoranti cinesi, sui finestrini appannati delle macchine, sui banchi di scuola, mi scrivevo sulle mani, sui muri dei bagni. Lasciavo una traccia ovunque mi trovassi. Forse perché volevo lasciare un segno nel tempo. Ma non ho mai pensato di farlo seriamente, scrivere intendo. A scuola gli insegnanti mi dicevano che scrivevo bene ma non mi hanno mai spronata a scrivere per gli altri. Ma la colpa non è loro, se non mi sono mai buttata a scrivere se non per me stessa. Riempivo pagine intere di pensieri, racconti, ricordi che leggevo solo io. Ma avrei voluto farli leggere anche al mondo là fuori. Ma mi mancava sempre qualcosa. Volevo che i miei scritti fossero perfetti prima di farli leggere a qualcuno che non fossero i miei occhi. Volevo che la forma con cui scrivevo fosse esemplare, il contenuto intelligente, ma trovavo sempre una scusa nuova per non mostrare agli altri quello che avevo scritto. Ciò che mi mancava soprattutto, era il coraggio. Ciò che mi pesava soprattutto, era il giudizio. Ho sempre odiato sentirmi giudicata. A nessuno credo piaccia ma io ho sempre vissuto il giudizio degli altri come se avessi un bubbone gigante in mezzo alla fronte e che quello, il bubbone intendo, fosse l’unica cosa di cui gli altri si sarebbero accorti. Così, col passare degli anni, ho smesso di scrivere anche per me stessa. Ho cominciato a fotografare, ma per me non è mai stata la stessa cosa. Scrivere era il modo in cui davo una nuova vita ai pensieri, i ricordi rimanevano impressi nella carta come fossero tatuaggi indelebili.

Ricominciai a scrivere di ritorno da un viaggio in Spagna dove avevo lasciato un amico che sarebbe rimasto con me nel tempo. Tuttora mi sostiene da lontano, incoraggiandomi a scrivere. Scrissi dei pomeriggi caldi ad Alicante, delle birre nel secchiello che ci solleticavano il palato, di un amore gitano che non avrebbe avuto futuro, dei bagni al mare la notte e la mattina in qualche chioschetto a fare colazione con “pan con tomate”. Scrissi dei pranzi a base di chorizo y queso e della mia dieta che stava andando a farsi benedire. Scrissi di una spiaggia di cui ora non ricordo il nome, dove andavamo a vedere il tramonto e della gente che l’abitava. Scrissi degli applausi al calar del giorno, per ringraziare la vita di esserci stata accanto, anche quel dì. Scrissi di un amico fricchettone che mi lavó i piedi e mi insegnò che lì, si usava fare così. Scrissi perché non volevo dimenticarmi nemmeno un particolare di quello che avevo vissuto.

Col tempo capì che, prima o poi, avrei dovuto condividere quello che scrivevo, con il mondo. E non era per una questione di visibilità ma per una questione di principio. Dovevo farcela. Dovevo sconfiggere il timore di essere giudicata. Ma non presi coscienza di ciò col tempo, andando a tentativi. Semplicemente, mi buttai. Capitò che un giorno, dopo aver scritto un sogno che avevo fatto la notte precedente, decisi di renderlo pubblico. Da quel giorno non potei più fare a meno di scrivere, per il mondo, e per me stessa.

Ora, io non penso che a tutti debba interessare ciò che scrivo io o che ciò che scrivo io sia più bello, intelligente, avventuroso di quello che possa scrivere chiunque altro. Penso solo che non potevo più tenere per me ciò che scrivevo. Ma non perché il contenuto dei miei scritti fosse così indispensabile per l’umanità ma perché era indispensabile per me, che voi leggeste ciò che io avevo da dirvi. Lo so che sembra un discorso intricato, ma vi assicuro che a una seconda lettura vi sembrerà tutto più chiaro.

Ciò che abbiamo dentro di noi, prima o poi esploderà. O imploderemo noi. Quindi è meglio imparare a fare i conti con i nostri sogni, i nostri desideri, le nostre paure e addomesticarli ad uscire, a poco a poco. O ci travolgeranno. Ma va bene anche così, purché noi li facciamo crescere. Anche a costo di vederli diventare più grandi di noi.

Quindi, se vuoi un consiglio, anche se un saggio dice che sia sempre meglio non dare consigli se non espressamente richiesto, io ti dico di buttarti. E non perché sia morbido, perché probabilmente non lo sarà. Ma per non dover avere rimpianti – o per lo meno non troppi- qualcuno comunque ce l’avrai-di non averci almeno provato. Che il tuo sogno sia quello di scrivere, di cantare, di cantare quello che scrivi o di scrivere quello che canti, o di fare il panettiere, il maestro di qualsivoglia disciplina tu buttati, provaci e vedrai che poi non ne potrai più fare a meno di continuare a farlo.

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Solo compiti?

Premetto di non essere Jury Chechi. E nemmeno Roberto Baggio. Ma nel mio ho sempre praticato dello sport. Che fosse il ballo, la palestra o il sollevamento della forchetta. Ah no, l’ultima non vale come sport. Scusate. Scherzi a parte sono cresciuta in una famiglia non propriamente di sportivi ma i miei genitori mi hanno sempre consigliato di fare dello sport. E li ringrazio per questo. Con ciò io non voglio dire che sia mai stata una vera sportiva (tanto meno adesso), ma almeno ho imparato a trovare un canale di sfogo.

Nella mia esperienza, sopratutto come educatrice, mi è capitato di vedere bambini e ragazzi impiegare i propri pomeriggi solamente nei compiti. Li ricordo annoiati, senza stimoli e sopratutto li ricordo con un astio profondo nei confronti della scuola. Ammetto di non aver mai amato particolarmente fare i compiti ma la scuola me la sono sempre fatta piacere. Da bambina ho avuto la fortuna di giocare in cortile con fratelli, cugini, amici, vicini di casa,cani e gatti. I miei pomeriggi erano sempre diversi. D’inverno si giocava di fuori con la neve, d’estate si facevano le “olimpiadi estive” organizzate da mio zio. Quando non c’era la neve o non c’era nessuna attività programmata, ci si rotolava nel fieno o semplicemente si parlava dei propri sogni. Avevamo inoltre una casetta, la stessa in cui ora abito, in cui a tutti noi piaceva giocare a fare la minestra. Era un gioco semplice ma almeno ci permetteva di trascorrere del bel tempo insieme. Ora, io non sono qui a insegnare niente a nessuno, né a come si gioca né a quali sport sia giusto fare, ma credo che i pomeriggi trascorsi interamente sui libri o giocare a Fortnait (tanto per citarne uno )non siano il massimo per i nostri ragazzi. Non è colpa loro se non ci si ritrova più in cortile come un tempo o se non si trascorrono bei momenti in mezzo alla natura come facevamo noi ma non è neanche possibile, a parere mio, lasciarli nelle mani di un videogioco così violento. Io lo so bene che le mamme e i papà lavorano, che non tutti hanno la fortuna di fare un part time o di fare i genitori a tempo pieno ma ho capito, sperimentandolo sulla mia pelle, che lo sport, la natura, i boschi, gli animali sono alleati per la crescita dei nostri bambini.

Ricordo un ex compagno del liceo. Non lo ricordo tanto per la sua simpatia quanto per la sua capacità di organizzare bene il tempo a disposizione. Era una vita fa ma penso che questo esempio possa essere utile anche per i ragazzi di oggi. Come tutti noi era un giovane adolescente ma a differenza nostra non praticava uno sport giusto per passare il tempo ma lo faceva con l’intento di diventare un professionista. Ora, non dico che i vostri figli debbano diventare tutti dei professionisti del carling o del tiro al piccione(vi giuro che è uno sport) ma un’attività, anche solo la cyclette, la dovrebbero fare. E non vi dico questo da insegnante ma ve lo dico da una che avrebbe voluto impiegare il suo tempo in modo più efficace. Tornando al mio ex compagno di classe, lo ricordo come un ragazzo brillante scolasticamente parlando, pur dedicando molto tempo all’allenamento. Con ciò voglio dire che nonostante il ragazzo dedicasse molto tempo allo sport con risultati notevoli, era anche molto bravo a scuola. Questo perché aveva trovato un METODO che rendesse ogni sua attività diciamo, vincente. I ragazzi che svolgono soltanto i compiti durante il pomeriggio, escludendo dalla propria vita lo sport,il gioco (non il videogioco) non avranno l’opportunità, a mio parere, di imparare a gestire il proprio tempo e tanto meno di sfogarsi. Inoltre, statisticamente, la ricerca indica che i giovani che praticano sport, siano essi sport scolastici o di comunità, hanno prestazioni accademiche migliori rispetto ai bambini che non praticano sport.

Mi rendo conto che non tutti i bambini siano predisposti allo sport e che non tutti i genitori abbiano possibilità economiche e di tempo per far sì che i propri figli pratichino un’attività sportiva. È vero anche che, molto spesso, il volume dei compiti è così elevato che, difficilmente si trova tempo per attività extrascolastiche. Ma adesso, adesso che siamo in questa situazione di emergenza, credo sia il momento giusto per ritrovare quella parte di natura che abbiamo trascurato. E io non dico di infrangere le regole e andare nei boschi proprio ora che non si può ma trascorriamo più tempo in cortile, nel pratone di casa o semplicemente portiamoci un po’ di natura dentro di noi. Ma sopratutto, sfruttiamo questo momento per insegnare ai nostri bambini ad amare la natura raccontando loro storie semplici su questo argomento.

Per saperne di più lascia un commento o scrivi a: vitadiunamaestra@gmail.com

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Quando cresci

Quando cresci ti rendi conto di come certe cose non siano mai cambiate. Puoi crescere fino a diventare un gigante ma le cose, le cose che da bambino ti hanno fatto stare benissimo e quelle che ti hanno fatto stare malissimo te le porti dietro per sempre dimenticandoti probabilmente di tutto quello che c’è stato nel mezzo. C’è una frase di Gianni Rodari che amo molto e che mi fa sempre riflettere che fa più o meno così :”Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?” ovviamente la risposta è no. Perché se appartenete a quella parte della popolazione che crede ancora che uno schiaffo non sia una ferita nel cuore di un bambino, forse è arrivato il momento di farsele, due domande. Ma se invece appartenete a quella parte di popolazione che ha capito che solo con l’amore avremo dei bambini felici allora sì, siete capitati nel posto giusto. Perché un bambino felice sì é un bambino felice, ma non solo. Un bambino felice sarà anche un adulto felice ma non solo. Un adulto che è stato un bambino felice sarà una persona sicura di sé. Scusate il giro di parole ma era necessario per arrivare al dunque. Un adulto che è stato un bambino felice sarà una persona in grado di dare amore, capace di distinguere le persone giuste cui concederlo, questo amore, senza aggrapparsi alla prima persona che incrocia il suo cammino. Perché sì che ci vogliate credere o no, i bambini che hanno ricevuto la giusta dose di amore saranno adulti capaci di completarsi da soli. Poi certo tutti o quasi tutti, crescendo continuiamo a cercare l’amore ma si tratta di un amore diverso.

L’amore che cerca un bambino, specialmente nella figura di un genitore, è un amore che si basa su un principio di protezione, di sicurezza. Pertanto un genitore non può offrire questo tipo di protezione con la violenza. Anche se non siamo più negli anni 90 dove gli schiaffoni andavano tanto di moda, mi rendo conto che ci sono ancora troppi genitori che educano i figli con e alla violenza. Mi spiego…mollare uno schiaffo a tuo figlio perché ha fatto qualcosa di molto sbagliato potrebbe di primo acchito sembrare una buona idea ma non risolverà il problema. O meglio non farà in modo che tuo figlio torni indietro nel tempo e non commetta quell’azione. Pertanto servirà soltanto a danneggiare il bambino. Ma non solo. Educare i figli con la violenza non solo danneggia i nostri bambini ma danneggia anche noi. E come? Avete mai sentito parlare di…sensi di colpa? Inoltre è stato dimostrato che i bambini che vengono sottoposti a violenze corporali, anche se si tratta di un ceffone ogni tanto, corrono il rischio di incappare in comportamenti antisociali e in loro vengono ridotte le capacità cognitive. Perciò se, presi da uno scatto d’ira, vi venisse voglia di di mollare un bel sonoro ceffone a vostro figlio pensateci bene. Pensate alle conseguenze che potrebbe avere sulla psicologia del vostro bambino e di futuro adulto.

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Sull’amicizia

Era da tanto tempo che volevo scrivere qualcosa su questo tema. Ma temevo sarei stata banale. Probabilmente lo sarò. Ma io mi butto. Ci provo. Pronti. Partenza. Via.

Erano gli anni 90. I mitici anni 90. Il solo pensiero mi da il vomito. Sarà per lo stile con cui si portavano i capelli a quel tempo, sarà per colpa di quelle collanine effetto tatù che sono tornate tanto di moda. Sarà per la scuola. Mi spiego. Io a fine anni 90 avevo 10 anni quindi sì, probabilmente sarà per colpa della scuola se ancora oggi mi si rivolta lo stomaco. Perché tanto odio? Nei confronti della scuola, intendo. Avere 10 anni alla fine degli anni 90 significava essere a un passo dal nuovo millennio cronologicamente parlando ma essere ancora negli anni 70 dal punto di vista educativo. Suppongo che molti di voi non saranno d’accordo ma lasciate che vi spieghi. Era un giorno di inizio settembre e la scuola stava per ricominciare. L’istituto ci chiamò per dirci che erano state assegnate le classi. Avrei cominciato la prima media. Ero gasatissima. Ma presto la mia euforia avrebbe trovato modo di spegnersi. Non tanto perché capitai in una classe di soli maschi con sole altre due femmine e io ai tempi i maschi li odiavo,ma quanto perché capitai nella classe del ghetto. Mi spiego. C’erano tre sezioni. La prima, la classe dei ricchi, era composta da coetanei figli di laureati, dottori, insegnanti, avvocati. La seconda era la classe dei secchioni e poi, poi c’eravamo noi, figli di gente normale, non troppo bravi a scuola, piuttosto disagiati socialmente parlando. Per fortuna c’era lei. La mia amica.

Gli anni 2000 arrivarono e portarono una ventata di aria nuova, ma non educativamente parlando. Gli insegnanti che avevano fatto pena fino a quel momento, continuarono a fare pena dimostrando sempre meno umanità e disprezzo per la nostra classe. Conservo un trashissimo ricordo dell’insegnante di matematica che fumava la sigaretta alla finestra riprendendomi perché anche quel giorno mi ero dimenticata di pettinarmi i capelli. Terminai le medie con il famoso calcio nel didietro e qualche costola rotta, metaforicamente parlando. Furono i tre anni più ridicoli della mia vita. Ricordo le ammucchiate in classe tra i miei compagni che a fatica dominavano i propri ormoni e l’insegnante che li guardava disgustata dimostrando sempre più disprezzo per la classe. Per quello che ne so se fossi andata a lavorare durante quei tre anni anziché frequentare la scuola avrei imparato molte più cose. Ma sfortunatamente la legge non me lo avrebbe permesso. Di sottofondo a tutto ciò c’era un’amicizia che era nata alla scuola dell’infanzia e si era accresciuta tra i banchi di quella che volevano farmi credere essere una scuola. Prima di ricevere il diploma ricordo che mi mandarono una lettera in cui mi sconsigliavano di proseguire gli studi, mi vedevano meglio ad affettare mortadella a quanto pare. Piansi un po’ ma col tempo capì che avevo fatto bene a non dargli ascolto. Tutt’oggi li ringrazio di non aver mai creduto in me. Forse, se l’avessero fatto, non avrei trovato la forza di affrontare le sfide della vita. Ma tralasciamo la malinconia e concentriamoci su cose più serie. L’amicizia ad esempio. L’amicizia che nacque con la mia amica del cuore come vi dicevo sopra proseguì anche alle medie. Ricordo bellissimi pomeriggi di sole trascorsi a parlare del futuro. Perché sì, nonostante nessun insegnante avesse mai lontanamente creduto in me, io nei miei sogni ci ho sempre creduto. Ero timida, è vero, forse anche un po’ bruttina, piuttosto cicciottella e avevo pochi amici. Ma a me andava bene così.

L’amicizia con la mia amica del cuore proseguì anche dopo le medie. Ci iscrivemmo entrambe a quello che ai tempi era l’istituto magistrale. Volevo fare la maestra forse per dare ai ragazzi una chance in più di quella che avevo avuto io. Qualche tempo prima dell’inizio della scuola decisi che avrei fatto il liceo. Me lo sconsiglió persino il parroco ma io, come sempre, decisi che avrei fatto di testa mia. La mia amica temeva ci saremmo perse di vista se io avessi cambiato scuola. La rassicurai che non sarebbe andata così. L’amicizia continuó nonostante inevitabilmente le nostre vite si intrecciarono con altre vite. Arrivò il tempo della maturità e ricordo ancora le serate a squarciagola a cantare Venditti in macchina con un suo amico di cui io mi ero presa una cotta. Ricordo il primo maggio a Roma in prima fila, la streat parade a Zurigo, le serate in discoteca con i vestiti sempre troppo corti.

Arrivò il tempo dell’università, il tempo dell’indipendenza. La prima stanza in condivisione in una grande città. La stessa in cui si era trasferita la mia amica. Le nostre vite erano più vicine che mai. Poi successe qualcosa ma non ricordo bene cosa. Per me fu il buio totale. C’eravamo perse di vista.

Conobbi tante nuove amiche all’università, in chiostro ad esempio o in biblioteca. Fu con certezza il periodo più spensierato della mia vita. Era un un giorno di pioggia con la gonna di pelle quando la rividi, quella che per una vita era stata la mia migliore amica. Per tanti anni non ci eravamo mai più incontrate. Ci salutammo, due baci ma poi la vita tornó alla normalità. Le scrissi una lettera dopo quell’incontro ma poi la stracciai.

Tornai a vivere in campagna in un giorno d’estate. Lasciai la città per sempre. Ero al mare quando mi arrivò il suo messaggio. Disse che mi aveva sognata. Pensai di aver sognato. Invece era reale. Era lei. La mia amica del cuore di tanti anni fa. Avevo perso il suo numero ma lei no. Fu una boccata d’aria fresca in un giorno di caldo africano. Mi disse che sarebbe tornata a vivere in campagna. Fu come non essersi mai perse.

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Piccole vittime

Quando si diventa adulti tutto ciò che ci è capitato nell’età della giovinezza sembra rimanere soltanto un lontano ricordo. Molto spesso ci dimentichiamo di come stavamo quando ci trovavamo nel pieno della nostra fanciullezza. Per questo quando sentiamo degli adolescenti parlare o li vediamo nei loro comportamenti abitudinari ci sembrano degli esseri provenienti da un altro pianeta. Crescendo infatti ci dimentichiamo di essere stati anche noi degli adolescenti e, a fatica, comprendiamo il loro universo. Mi è capitato qualche tempo fa, quando lavoravo ancora come educatrice, di avere un confronto con una ragazza nel pieno della sua preadoloscenza. Era il momento della ricreazione e tutte le sue compagne stavano in giardino a parlare mentre lei se ne stava in un angolo in disparte. Così assalita da un momento di forte empatia decisi di chiederle come mai non stesse con le sue compagne. Alla mia domanda la ragazza creò un muro tra di noi. Alla fine chi ero io per permettermi di intromettermi negli affari suoi? Sicura che le fosse successo qualcosa le chiesi nuovamente se le fosse capitato qualcosa di cui voleva parlare. Il muro divenne più spesso. Così io, che non sopportavo di vederla sola in un angolo, mi rivolsi alle sue compagne chiedendo loro se le avessero fatto qualcosa. Le ragazze collaborarono e mi riferirono che ormai da troppo tempo la ragazza era sempre triste. Aveva spesso momenti di buio in cui piangeva. Così tornai dalla ragazza e le dissi che l’avrei voluta aiutare. Lei comprensibilmente si alzò e iniziò a dirigersi verso la classe. La seguì. Entrò in aula e si infilò sotto il banco. La guardavo dalla porta sempre più afflitta. Poco dopo la ragazza cominciò a piangere. Fu quello il momento in cui capì che sarei dovuta intervenire. Le chiesi nuovamente cosa le stesse succedendo. Il muro a poco a poco sparì. Iniziò a farfugliare qualcosa su sua madre. E su suo padre. A quanto pare litigavano spesso. E qualche volta partiva anche un ceffone, uno schiaffo. E lei ne soffriva, molto. Così inizió a diventare tutto più chiaro. Le chiesi se voleva parlarne, magari in un’altra sede. Ma lei smise di piangere immediatamente e mi disse che nulla di ciò che mi aveva detto era reale. Il problema era un altro, mi disse. Ma io non le credetti. Avrei voluto consigliarle qualcuno oltre a me, con cui parlarne, ma lei disse che erano tutte fantasie. Era tutto nella sua testa. Capì che aveva paura. La ricreazione terminò.

Quel giorno tornai a casa pensando a quella ragazza. Il senso di impotenza mi assalì, sapendo che non avrei potuto fare nulla per lei. Avrei voluto sentire uno specialista. Ma cosa gli avrei detto? Che una ragazza confusa stava male per un motivo ma che forse il motivo era un altro? Non sapevo cosa fare. Poco tempo dopo lasciai quella scuola e andai a lavorare con i bambini. Quella ragazza non la vidi mai più. Forse se oggi mi fossi trovata in quella stessa situazione, forse mi sarei comportata in modo diverso. Forse avrei provato a parlare con i suoi professori o forse avrei potuto chiedere un colloquio con i genitori. Ma anche lì, cosa avrei potuto dire loro? Li avrei potuti accusare di qualcosa di cui non ero certa? E se la mia azione li avesse resi ancora più violenti, questa volta anche nei confronti della figlia?

Oggi ripenso a quella ragazza e a tutti i fanciulli che si trovano a vivere questa drammatica situazione. Non esagero dicendo drammatico poiché si tratta, effettivamente, di un dramma per i ragazzi. Assistere a episodi di violenza domestica come quello cui era sottoposta la giovane ragazza, anche se non era lei direttamente la vittima, ha fatto sì che nella sua testa qualcosa si lacerasse.

Infatti, come sostengono gli esperti,
quando bambini e adolescenti assistono a maltrattamenti e violenze tra i genitori, vivono una profonda paura, un terrore di perdere quelle che sono per loro le persone più importanti, come se ogni volta dovessero confrontarsi emotivamente con una potenziale morte. Si tratta di una condizione che genera sempre una profonda instabilità. Anche quando, apparentemente, sembrano non manifestare problemi evidenti, a livello psicologico si sprigionano un dolore e una sofferenza che li segneranno per tutta la vita.

Vorrei continuare questo post fornendovi una morale adeguata. Ma mi rendo conto di non essere la persona più adatta per farlo. Mi sarebbe tanto piaciuto, e forse era anche un mio dovere, aiutare quella giovane ragazza a tempo debito. Ma non l’ho fatto. Forse per mancanza di prove, forse, per paura. Ora so che se mi ritrovassi nella stessa situazione non esiterei ad alzare il telefono.

Per saperne di più o per un confronto scrivere a: vitadiunamaestra@gmail.com

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La filastrocca sul pane

Buongiorno bambini! Oggi ci siete voi nei miei pensieri. Per questo ho deciso di farvi un regalo speciale. Ho deciso di scrivere una filastrocca tutta per voi. Si avete capito bene. Una filastrocca. Più precisamente una filastrocca sul pane. Perché sì sa, in questi giorni di quarantena, non siete gli unici a soffrire la noia. Siete in buona compagnia😊. Per questo ho deciso di rallegrare un po’ queste giornate che scorrono lente con un video speciale tutto per voi. Correte a guardarlo!

Ti è piaciuto questo video? Vorresti vederne un altro? Scrivi nei commenti o a vitadiunamaestra@gmail.com

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Come nasce una maestra

Ciao mamme, ciao papà, ciao bambini! Questo blog nasce oggi, in un giorno di inizio aprile con una primavera che trascorre senza che noi ce ne accorgiamo neanche, perché questa situazione d’emergenza ci sta portando via tutto, persino la primavera. Così, io, care mamme, cari papà, provo a darvi una mano e chi lo sa, magari anche voi, con le vostre idee, con la vostra esperienza di genitori, provate a dare una mano a me, a trovare nuove idee, nuove ispirazioni, per i nostri bambini, che siano figli o che siano alunni. Ma veniamo alle presentazioni: io sono A, una maestra di un paese di provincia dove la vita scorre lenta ma in questi giorni più lenta che mai. Ma io non sono sempre stata una maestra, sapete. Non sono una di quelle che fa questo mestiere da tutta la vita e che la sua mamma a sua volta ha fatto questo mestiere per tutta una vita. Tutt’altro. Anche perché sì insomma…sono ancora piuttosto giovane. Io in questo mestiere ci sono come capitata, un po’ per caso. Era un giorno di qualche anno fa, quando ho cominciato a sentire l’esigenza di provare a cercare un lavoro che mi permettesse di esprimere appieno me stessa. Così ho provato…dopo l’università ho provato a fare un po’ di lavori. Prima in un bar, poi in un ufficio, poi in un altro ma nessuno di questi lavori mi rendeva per così dire… veramente felice. Nessuno di questi lavori faceva sì che la mattina io mi svegliassi con il famoso sorriso sulle labbra. O con gli occhi luccicanti. Si insomma, avete capito…ci ho messo un po’ prima di trovare la mia strada. Ma quindi com’è che sono diventata maestra? Per rispondere a questa domanda bisogna partire dal presupposto che per diventare maestra,a mio modo di vedere le cose, bisogna sì studiare e aggiornarsi ma ci si deve anche un po’, come dire, guardare dentro. Perché non è che quello della maestra sia un lavoro molto semplice. E ora lo so starete pensando che io me la tiri, che faccio quella che si sente speciale solo perché racconta due favolette ai vostri bambini. Ma non è così. E com’è allora? Mi chiederete voi.

Prima ancora di diventare maestra lavoravo in una scuola primaria come educatrice. Mi occupavo dei vostri figli, perché alla fine di loro si tratta, durante il pre scuola il dopo scuola e il servizio mensa. Non avevo mai lavorato con i bambini se non all’età di 19 anni quando ebbi l’opportunità di partire per l’estero per fare l’au pair, la ragazza alla pari, sì insomma una sguattera che in cambio di due spiccioli vi tiene i figli e vi rimette a nuovo casa. Fu una bellissima esperienza. Anche quando me ne volevo stare da sola, nella mia cameretta rosa, o nei miei momenti di riposo dal lavoro loro, i bambini, i tre bambini di cui mi prendevo cura, mi venivano a cercare. C’era come una sorta di calamita che li portava a me. Non so come spiegarmi. Questa cosa continuò fino al mio rientro in Italia. Quando lasciai l’Irlanda la mia host mum, ma soprattutto i bambini che curavo, furono molto tristi. Ricordo che piansero. E piansi anche io. Ma poi la vita andò avanti. Archiviai presto quell’esperienza e continuai la mia vita di sempre facendo la spola tra una grande città e la vita di campagna per poi trasferirmi per diversi anni a vivere in città. Mi iscrissi all’università e inizia a lavorare per un’agenzia pubblicitaria. Avevo tutto ciò che desideravo. La mia vita era una tavolozza di colori dove primeggiavano quelli più brillanti. Eppure mi mancava qualcosa. Ci misi anni per capire di che cosa si trattasse. Continuai il mio percorso esistenziale inciampando tra uno sbaglio e l’altro, cambiando spesso rotta fino a che capì che il rumore assordante della città non mi permetteva di ascoltare il silenzio che proveniva da dentro di me. Terminai gli studi mollai il lavoro e tornai a vivere in campagna.

Capì che avrei voluto fare la maestra in un giorno d’estate. Avevo mollato tutto, ogni mia certezza se n’era andata via insieme al vento ma capì che quella poteva essere un’opportunità per ricominciare seguendo il ritmo che IO volevo dare alla mia esistenza. Così studiai, mi aggiornai e soprattutto decisi che non avrei mai più fatto nulla che non rispecchiasse il modo di essere. Perché se in molti lavori essere se stessi non ripaga con i bambini è il primo passo per andare incontro a queste piccole grandi creature. Quindi se mi chiedete com’è che nasce una maestra vi rispondo che come prima cosa vi do ragione ci vogliono gli studi giusti. Ma come seconda cosa vi dico che dovete essere voi stessi. Nella vostra semplicità. Perché chi fa questo lavoro, chi lo fa con amore intendo, deve mettere in conto di essere un po’ genitore anche se ancora non lo è, un po’ clown, anche se quel giorno non gli va, un po’ psicologo, anche se non si sente all’altezza, un po’ carpentiere anche se non ha mai preso in mano un cacciavite, un po’ tuttologo e allo stesso tempo deve avere l’umiltà di imparare tutto daccapo, ogni giorno come fosse il primo giorno di scuola.

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La scatola dei ricordi

Buongiorno mamme e papà oggi mi sono svegliata con un’idea in testa. Mi sono ricordata di quando ero bambina e di quando fuori pioveva. La mia mamma cercava sempre di tenermi impegnata in qualche attività creativa. Così oggi mi sono ricordata di quei giorni, che come questi, sembravano non passare mai. Forse la facevate anche voi, quest’attività, quando eravate bambini. Ma di cosa stiamo parlando? Sì insomma oggi vi vorrei parlare del decoupage. Un’attività semplice che può tenere impegnati i nostri bambini in questi giorni di clausura e perché no, può tenere impegnati anche noi, genitori maestre o semplicemente adulti che si sentono ancora un po’ bambini. Qui sotto potete vedere l’immagine di una scatola su cui ho applicato il decoupage.

Ma come si fa il decoupage? Beh si fare il decoupage è un’attività piuttosto semplice ma che, a mio parere, abitua i nostri bambini al senso del bello. Li aiuta a rendere qualcosa di anonimo molto bello e personalizzato. Per fare quest’attività ci serve come prima cosa una scatola, un vaso, un vassoio, sì insomma un oggetto o una superficie che si vuole andare a modificare, a rendere diciamo ancora più bella di come si presenta. Poi ci servono delle immagini, che siano immagini di giornale, di un quotidiano o perché no, delle fotografie. Poi ci servono le forbici per ritagliarle, queste immagini e infine ci serve la colla. Tutto qua? direte voi. Sì. Tutto qua.

Detto ciò prendiamo la nostra scatola e cominciamo a spargere sopra la colla. Nel frattempo avremo ritagliato le immagini che ora andiamo a posizionare sulla superficie interessata. Per rendere più bello l’effetto potremmo terminare il nostro lavoro con una passata di lucidante o impermealizzante. Alla fine del nostro lavoro dovremmo avere una scatola completamente tappezzata dalle immagini che abbiamo scelto. Penso che questo sia un bel lavoro da far fare ai nostri bambini perché come prima cosa come dicevo all’inizio li stimola alla ricerca del bello in quello che fanno. In secondo luogo stimola la loro creatività e infine li rende autonomi nell’utilizzo degli strumenti che servono per la realizzazione dell’opera. Siamo arrivati al momento dei saluti ma prima di dirvi arrivederci al prossimo post vi chiedo di condividere con me, se volete, i lavori dei vostri cuccioli.

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