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B4

Tutti hanno i loro posti del cuore. Io ad esempio quando cerco un po’ di pace vado a camminare nei boschi con papà e tutta la brigata a quattro zambe. Possiamo camminare per ore senza parlare e poi, all’improvviso, trovare un particolare colore di foglie, una sfumatura leggera, di cui discutere. Ed è bello sapere che la natura ascolta qualsiasi tua cazzata senza dire niente. Ma non è sempre stato il bosco, il mio posto del cuore. Ce ne sono stati tanti. Un parco, una spiaggia, un letto comodo. A volte, persino un bar. Un bar di città ma dove veramente ti sentivi a casa. E dove io quando ci andavo, quando ci lavoravo, mi sentivo la regina di casa. E allora mi immaginavo di scendere le grandi scale con il mio mantello e accogliere gli ospiti e baciare loro come fanno le metresse degli esclusivi club parigini e dire loro prego accomodatevi signori. E poi subito correre dall’altra parte del bancone a separare la menta dal gambi che la sera ci sarebbe stato il delirio. E ascoltare i discorsi della gente depressa, di quella che non ce la faceva più, a vivere a Milano. Di quella che mi diceva beata te che vivi in campagna. Come se io facessi la spola tutti i giorni per lavorare al b4, come se al paesello non ci fossero bar. E poi tutte quelle volte che ho rotto un calice in mano che c’avevo le mani troppo potenti ma in realtà è che non ho mai imparato a portare i vassoi. E il vestito a fiori così corto che il vale a momenti mi cazziava. E quella volta che ho rovesciato il vaso di cenere che tutti hanno mangiato polvere e il vale ha bestemmiato così forte in cucina che tutti l’hanno sentito. E l’ho sentito, che mi voleva licenziare. Ma poi ho separato così tanta menta dal gambo e rotto così pochi bicchieri, che forse ha cambiato idea. Che poi alla fine non mi hai mai licenziata. E poi quelli dei viaggi, con quelli c’ho litigato parecchie volte. Che avevano il braccino corto che mai un euro di mancia sti tirchioni. E poi le colleghe. Gioie e dolori. E i provoloni. Che quando una lavora in un locale é d’obbligo la schiera di provole. E i gossip. Che beautiful non era nulla in confronto. Che veniva quello con la tipa e l’indomani ci tornava con l’amante. E io pensavo abbiamo un genio! E lui pensava di essere un vero figo. E forse lo era. E i concerti, il cevice, i mad dog, il watermeloncooler che diventava automaticamente una parolaccia. E quando ti sentivi un po’ giù, era il b4 il posto del cuore. Con tutti i suoi casi umani da studiare bene, gli amori nati, quelli passati, quelli finiti.

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Metafora

Se potessi avere un pregio di mio padre vorrei potermi ricordare a memoria tutte le date di ciò che è successo nella vita. Ma io dimentico tutto. Se si tratta di numeri. Ad esempio io non me lo ricordo il giorno, e nemmeno l’anno, in cui ti conobbi. Caro il mio amico. Però di sicuro il nostro incontro iniziò con una risata. Che tu ridevi sempre. Sarà che sei spagnolo e voi spagnoli siete sempre felici. Cliché. Ma per te è più che vero.

Eravamo alla statale. Nel chiostro della statale. O in biblioteca. O forse in quel pratone in cui ci piaceva tanto andare a mangiare la pizza unta. Però tutto iniziò con una risata. Ne sono certa. Alla fine noi italiani parliamo sempre di cibo, diceva una tipa francese che conobbi forse insieme a te. Ma chi se lo ricorda. Però aveva ragione. Ricordo quel giorno che ti mancava casa e pure gli spicci per comprarti da mangiare e tu rubasti…sto morendo…rubasti un salame al minimarket perché ti mancava il chorizo. Ed eri così dispiaciuto quando me lo venisti a raccontare. Che ti avevano sgamato. E io volevo trattenere le risate ma non ce la facevo. Forse quella fu l’unica volta in cui avresti voluto tirarmi un pugno. Ma io me le ricordo ancora le chiacchiere tra le strade vuote di Milano a ripetere quanto ci facesse schifo quella città. Tu che mi parlavi della tua Alicante. Che poi ti sono venuta anche a trovare. E faceva caldo. Ho ancora quella foto di noi sulla mucca a piedi nudi. Che scemi. E poi la sera a bere birre nel secchiello che tanto costava poco e io che pensavo a un piano per trasferirmi lì. Ma la nostra è sempre stata solo amicizia. Mai un bacio. Mai uno sguardo di desiderio. Eravamo puri. Come bambini che hanno solo voglia di giocare. E poi quella sera al mare, a fare il bagno nudi con i tuoi amici e tu che mi dicevi di stare attenta e io che andavo sempre più lontana. E poi mi ricordo, ora che ci penso, quella sera a villa Tittoni in Brianza a mangiare la pasta con la ricotta che avevo preparato io. Che faceva così vomitare che fummo costretti a saltare la cena. Ma chissenefrega. A quell’età ci bastava l’aria. A me bastava starti vicino, per sapere di aver trovato un amico. L’unico amico maschio che io sia mai riuscita ad avere. L’unico che ha avuto il coraggio di dirmi che avrei dovuto vivere e scrivere in modo più profondo. Che la vita non è tutta pizza e fichi e che prima o poi avrei dovuto fare i conti con l’oste. Che prima o poi quello che bevi lo devi pagare, che non puoi passare la vita a scappare di qua e di là. Che uno stronzo che ti fa pagare il biglietto alla fine lo troverai. E io sì amico mio. Quello stronzo l’ho trovato. E quel giorno fu così triste che il cielo pianse a lungo. E allora capì che non dovevo più scappare. Che ogni cosa l’avrei trovata dentro di me. Che avrei dovuto scrivere più profondamente e prendere il respiro per andare sott’acqua che se ci vai con la bocca aperta sono cavoli amari. Ma tu lo sapevi. E non me l’hai mai detto. Ma tu eri più grande di me. E non di età. Siamo entrambi della bilancia eppure eri tu quello più equilibrato tra i due. Io solo una sciocca che giocava a barare. E anche adesso che sei lontano, nella tua bella Alicante, io lo so che mi diresti che è stato giusto così. Che non puoi aprire una porta se non hai la chiave. A meno che tu non sia un ladro. Ma che anche i ladri spesso piangono e che un urlo di sfogo a volte vale più di mille parole.

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Via lattea

Ci sono giorni in cui scrivere è così difficile, faticoso, impegnativo. E poi ci sono giorni in cui scrivere è l’unica cosa che sei capace di fare. Oggi, ad esempio, splende il sole. Che quasi mi sembra di essere al mare. Magari a Rimini, a trovare i nonni di M. E prenderci una piada con il formaggio fresco guardando l’orizzonte. E poi magari un gelato al pistacchio. Quello salato con la granella che ti scricchiola sotto i denti. A volte penso a quello che sarà, alla fine di questo disastro catacosmico. Ma faccio fatica a vedere bene ora come ora. Così mi concentro su quello che è stato. E non per malinconia. Solo che spesso avrei voluto girare un film, sulla mia vita, o scrivere un libro. Chissà poi se qualcuno lo avrebbe mai letto. E non che la mia vita sia stata fino a questo punto chissà che ma per me è stata bellissima, anche nei suoi momenti peggiori. Piena. Ruvida. Allegra. Triste. Tragicomica. Ecco ora ho un vuoto. Così faccio un respiro profondo. Prima di andare sott’acqua.

Ho 17 anni e in campeggio l’aria profuma di pineta. La resina si attacca alle dita che faccio fatica a toglierla. Sento il rumore delle cicale. Splende il sole. Forse ho 18 anni ma ora non ricordo con precisione. Sono comunque così giovane che tutto deve ancora succedere. Come dice la canzone di Aladin il mondo è mio. E così sarà. Siamo così felici che ci dimentichiamo persino di mangiare. Il mare ci aspetta. I ragazzi ci aspettano. Chissà chi sarà il fortunato questa volta. Metto le cuffie nelle orecchie e accendo Venditti. Che ai tempi il rap, io mica lo conoscevo. Tu fai un tuffo al sapore di sale e io ti osservo mentre faccio finta di cantare. È bello sapere che ci sei. Chissà poi dove ci siamo conosciute. Ah già ora ricordo. L’estate della terza liceo. Tra i castelli scozzesi e i biscotti al burro. Ricordo la tipa che mi ospitava che minacciò di buttarmi fuori di casa. Ricordo i ragazzi spagnoli, che ci provavano con noi. Ma tu eri fidanzata e non potevi. Tu sei sempre stata fidanzata. Io invece ero libera, come il vento. E non perché fossi single, ma perché non ho mai voluto legarmi a niente, per non avere vincoli. Che le costrizioni non mi sono mai piaciute. Che per una vita non ho mai preso posizione. Per paura di fare la scelta sbagliata. Ma poi ho capito che una scelta, prima o poi, l’avrei dovuta fare. Così ho scelto di esserti amica. Nonostante tutte le diversità che ci separavano.

La vacanza in campeggio stava per finire, così ci spostammo ai pianali. Ricordo quel bacio di nascosto tra i girasoli assonnati e tu che mi chiedesti che cosa mi fosse passato per la testa, di baciare un tipo fidanzato. E io che ne sapevo. Non pensavo ci fossero delle regole per innamorarsi. Ma ai tempi non sapevo nulla. Nemmeno cosa stessi cercando. Quella vacanza finì con la promessa che avrei messo la testa a posto. Ma poi ci fu Londra e Jamon Jamon, quel film con Penelope Cruz che mi fece capire che avrei dovuto sbattere la testa ancora per un po’. Che non sarei stata giovane per sempre e che il momento di chetarmi non era ancora arrivato. Le montagne russe di Londra furono forse ancora più divertenti di quelle della California e il vento tra i capelli più forte di quello di un giro in motoscafo. Correvamo forti tra le strade londinesi, tenendoci la mano o semplicemente urlando sotto la pioggia ringraziando di essere così fortunate per aver avuto la spensieratezza tipica di quell’età. Londra finì con un giro in risciò con il tipo che attraverso’ l’intera città per portarci a casa.

Ricordo Amsterdam e le notti trascorse in barca quasi come la barca su cui trascorrevano le estati in Toscana. Ad andare forte senza paura che il sole ci avrebbe scottato la pelle facendoci venire le rughe. Che per quelle, dicevano, eravamo ancora troppo giovani. O le notti in rada a guardare le stelle e far finta di capirci qualcosa di costellazioni. E quando poi un tipo mi disse che era la via lattea la nostra galassia, io mi sentì così piccola in mezzo a quell’infinito.

Poi ci furono le vacanze in montagna, i miei sci a pois quasi da bambina e i tuoi super pro di una che scia da tutta la vita. Le serate a giocare a dama alcolica insieme ai tuoi amici e al tuo grande amore. Le scommesse a uscire di notte in mezzo alla neve, andare a letto sempre troppo tardi e svegliarsi l’indomani sempre troppo presto. Perché non si poteva perdere nemmeno un istante di vita.

Ricordo un pomeriggio in seggiovia, con il sole che mi scottava i capelli, sorridevo e guardandoti mi chiesi per quanto sarei rimasta ancora giovane.

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Have the best nigh ever

Oggi fb mi ha ricordato che sono passati 10 anni. 10 anni da quel giorno in cui vi ho conosciute. 10 anni che ci conosciamo e mai che riusciamo ad esserci tutte insieme. Mai. Chissà forse al matrimonio di una delle 3 ce la faremo…ad esserci tutte. E chissà che forse, non tornerà anche la quarta, a farsi viva. Sarebbe bello. Sarebbe irreale. Sarebbe come tornare indietro nel tempo e trovarsi lì, a piangere nei cessi di un pub fuori città perché lui ti ha lasciato per la sua ex. O a rotolare ‘mbriaga giù dalle scale perché a 20 anni sei giovane è vero ma non abbastanza cazzuta da reggere 10 pinte di guinnes. Sarebbe bello esserci tutte e 4 e chi lo sa, magari festeggiare i 30 di una di noi che non sono io perché oramai ce ne ho 31 e sono sempre stata la più grande e ora la più vecchia dentro. E cantare one more tune o tunes Che io l’inglese non l’ho mai imparato bene perché mi sono sempre trovata le amiche italiane e i fidanzati italiani. E aspettare il martedì per mangiare gli hamburger a 2 euro che a 20 anni altro che hamburger, a 20 anni ci mangiavamo il mondo. E poi il giovedì a bere la birra a 4 euro in quel locale che non mi ricordo come si chiamava. E il sabato e la domenica a dormire in qualche letto che non era il nostro. E poi ritrovarsi un giorno improvvisamente senza casa perché la tua hostmum ha deciso di fare le valige e ti trovi a dividere il letto con gente a caso e con la puzza di vomito che aleggia per la stanza. E poi svegliarsi la mattina e sapere di essere penny less anche quel giorno e chiederti come farai a tirar sera senza un soldo. E poi il taxi. Quei 100 euro risparmiati per venire alla tua fottutissima festa che voi eravate già stese dall’alcol. E allora per la disperazione mi sono bevuta a canna il limoncello del tuo hostdad e poi sono caduta in un sonno profondo ma non abbastanza per non ricordarmi di te, cara mia, nuda e menomata sulla tazza del cesso che ancora oggi ci chiediamo cosa ti sia successo. E poi c’eri tu. La maestrina, quella di cui tra qualche giorno saremmo in giro a festeggiare il compleanno gridando have the best nigh ever e, guardando fuori dalla finestra incrociare lo sguardo di un pork!e chiederci come faccia uno così ad avere così tante donne. E anche se sembra che io stia delirando le mie amiche, quelle sceme delle mie amiche, capiranno e magari leggendo questo post si faranno una risata. Una risata ripensando a tutte le lacrime che abbiamo lasciato in quel posto vicino al cuore e pensare che avremmo potuto ridere di più prenderci meno sul serio litigare di meno e magari smettere di pensare che un irlandese non sia realmente capace di divertirsi senza alcol. Ma questa è fantascienza.

Per il resto spero di vedervi presto che mi sono rotta di guardarvi nello schermo del telefono. E mi manca abbracciarvi ed essere stupide e stupite insieme dalla vita. E anche se Dublino non tornerà mai più la nostra amicizia rimarrà per sempre impressa su quelle strade bagnate dove non batte mai il sole. E per quanto mi riguarda…. Niente per quanto mi riguarda vi voglio un kappa di bi.

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Di cibo e vino

Avere 20 anni a Milano è qualcosa di così incredibile che non te lo so spiegare. È un po’ come avere 20 anni a New York, Londra o qualsiasi altra città che ti venga in mente. Ma dove parli la tua lingua. Dove parli un sacco di lingue. Persino quelle che non conosci. Avere 20 anni a Milano è un po’ come credere di essere immortali. È un po’ come vivere ogni giorno come fosse il penultimo. L’ultimo mi sembra un po’ esagerato. Avere 20 anni a Milano è un po’ come andare in motoscafo con il vento che ti spacca in due la testa. È come prendere un aereo a mezzanotte per essere a Berlino in tempo per l’after al Berghain. Avere 20 anni a Milano è un po’ come innamorarsi per la prima volta, di uno sconosciuto, in un locale non troppo lontano da casa(del tipo di cui ti sei innamorata) ma troppo lontano da casa (tua) per tornanci a piedi, di notte. Avere 20 a Milano è un po’ come fare 3 lavori contemporaneamente per pagarti l’affitto, pagarti gli studi e il kebab e avere, comunque, ancora tempo e voglia di vivere, divertiti, ululare come un cane. Avere 20 anni a Milano è come laurearti 30 volte e avere ancora voglia di studiare, di imparare, che tanto lo devi fare per forza perché ci sarà sempre qualcuno più preparato di te. Avere 20 anni a Milano è come dimenticarsi di essere uno e diventare un tutt’uno col mondo. Avere 20 anni a Milano è come incontrare il tuo guru e poi, dopo una notte di baldoria e follia, dimenticarti tutto quello che ti ha detto. E ricominciare daccapo. Avere 20 a Milano è un po’ come essere al centro del mondo. Forse a volte sentirsi anche un po’ solo. Avere 20 anni a Milano è come buttarsi da un aereo senza paracadute pur sapendo che, in qualche modo, alla fine, te la caverai. Avere 20 anni a Milano è come pesare 58 kili e comprarsi un abito bianco per la laurea perché convinta che non ti sposerà mai. Avere 20 anni a Milano è come conoscere un milione di amici per poi scoprire che solo pochi erano quelli veri. Avere 20 anni a Milano è come bere birra in bottiglia di plastica e mangiare carbonara senza uova ma con pancetta che se m’avesse vista un romano mi tirava un calcio nel culo. Avere 20 anni a Milano è come spegnere il cervello, accendere la musica, e cominciare a ballare. Avere 20 a Milano è davvero bello. Così bello che se non piangi quando ci sei dentro piangi dopo per esserne ormai fuori. E non è che a 30 anni non ci puoi più stare, a Milano, solo che avere 20 anni a Milano è come avere il paravento sugli occhi e credere che la vita sia tutta adrenalina e baci e abbracci ma forse, proprio per quello, aver avuto 20 anni a Milano, è stata una delle esperienze più belle e irrinunciabili della mia vita. E adesso che ne ho 30 o meglio 31 e Milano, è ormai un lontano ricordo, un po’ di nostalgia mi sovviene ripensando ai tuoi primi 30 anni, quasi 4 anni fa. E lo so che gli auguri non si fanno in anticipo. E io non sono qui per farti gli auguri. Solo per dirti che le chiacchiere notturne che ci facevamo a Milano e le sbronze che ci prendevano la mano e le corse in bicicletta per venirti a trovare ovunque tu fossi e le calze a pois che mi hai bruciato con la sigaretta non le dimenticherò mai. Così come non dimenticherò mai le forme di formaggio con cui tornai da Roma, che per noi il cibo è sempre stato un motivo per amarci un po’ di più. Così come il vino. Quello buono. Mica quelle schifezze che ci bevevamo a Milano. Ma in fondo è stato tutto bello. Anche le cose brutte. Persino le ginocchia sbucciate. I mal di testa e gli esami mai passati. E la verità è che anche se a volte Milano mi manca da morire la vera verità è che mi manca avere 20 anni.

Ma se chiudo gli occhi, se li chiudo stretti stretti che poi mi vengono le rughe, io li rivedo bene i tuoi 30 anni. Su quel taxi bianco con il tipo che non la smetteva di parlare mai, e tu che mi chiedevi dove saremmo andati. Ed io che ti dicevo che c’era di mezzo il cibo, e il vino. Che a noi ci sono sempre piaciuti tanto. E quando poi siamo entrati al Pescatore e ci è arrivata l’astice alla catalana, che in fondo è stata la prima cena che mi sono potuta permettere di offrirti, tu non ci credevi. Ed eri così felice che ti è pure venuta una paralisi.

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Avrei voluto dirvi

E così siamo arrivati ad agosto. O meglio, a metà agosto. E così, sono arrivate anche per me le vacanze. E quindi stasera si parte. Si stacca la spina e si prova a rinascere un pochino.

Questo post nasce così, senza preavviso. Senza pretese. Senza un’idea precisa di quello che ne verrà fuori. Sono mesi che non scrivo. Ma sapete, sono successe tante cose in questi mesi, avrei avuto tante cose da dirvi eppure…eppure non l’ho fatto. Ma non esiste un motivo preciso. Forse non ero né abbastanza triste né troppo felice per farlo. Semplicemente ho vissuto la mia vita senza condividerla con voi. Ma, a dire la verità, un po’ mi è dispiaciuto. Mi è dispiaciuto perché ne avrei avute di cose da dirvi. Avrei voluto dirvi di quella volta che sono stata intervistata in radio, di come ho trascorso la mia quarantena, di quanto io e il mio ragazzo siamo resistito fianco a fianco per quasi 3 interminabili mesi in un monolocale senza poter uscire di casa e soprattutto senza scannarci l’un l’altra. Avrei voluto dirvi di quando ho potuto finalmente rivedere tutti i miei bambini. E di quanto sia stata felice. Avrei voluto raccontarvi di quello che ho imparato riguardo la ricerca di una nuova casa: ovvero che trovare una casa sia molto più difficile che trovare un tesoro. O forse no, ma comunque è così difficile che, a distanza di un anno, io e il mio boy siamo sempre qui, in questo monolocale sperando che presto si trasformi in qualcosa di più grande. Avrei voluto raccontarvi di quando ho piacevolmente scoperto di essere dimagrita, ma no non abbastanza per rientrare in quel minuscolo vestito di laurea di tanti anni fa. Avrei voluto raccontarvi tante altre cose che ora non mi vengono in mente e che se le avessi scritte da qualche parte ora le potrei andare a rileggere. Ma la vita è così. Accade proprio quando non ci stai pensando. Come questi mesi in cui non ho scritto nulla. Ma ho semplicemente vissuto. E di cose da scrivere ne avrei avute. Solo che forse ero talmente impegnata a vivere che il resto è passato in secondo piano. Ma ora vi prometto che tornerò. O per lo meno prometto che ci proverò.

Per il momento vi auguro buone vacanze. Sperando di risentirci presto vi abbraccio.

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Piano B

Oggi sono qui, intrappolata nella mia camera, contando i giorni che mancano alla fine di questa prigionia. E mentre ascolto su Spotify una playlist che s’intitola musica per scrivere, comincio a scrivere. E penso a questi cinquanta o quasi o più (ora non ricordo) giorni di clausura. E mentre ripenso a questi giorni, penso anche a come le nostre abitudini siano cambiate in questo lasso di tempo che mi è sembrato infinito. Io ad esempio, ho imparato ad apprezzare la noia, quella cara amica che avevo da sempre snobbato. Ho scoperto nuovi modi per riempire gli attimi di vuoto ma ho anche, sorprendemente, imparato a godere dei momenti di dolce far niente. Ho scoperto che trascorrere mezz’ora a contemplare il mondo fuori dalla finestra senza fare altro, non è poi così male. Può anche essere rilassante. Ho scoperto che la cyclette, anche se non mi porta da nessuna parte, è un ottimo passatempo per bruciare qualche caloria. E io, di calorie, ne devo bruciare un bel po’. Ma in questi giorni di quarantena ho anche scoperto una pratica molto utile che mi ha aiutata a non cedere alla tentazione di continuare ad aprire il frigorifero. Mi riferisco alla meditazione. E non è che ora io sia diventata improvvisamente una santona ma ho scoperto che meditare, anche solo dieci minuti al giorno, può essere utile per sollevarsi momentaneamente da tutte le preoccupazioni e le angosce che questo momento inevitabilmente porta con sé. Ho scoperto che la mente umana è in grado di adattarsi a tutto, io e il mio ragazzo ad esempio ci siamo adattati a vivere in un tugurio di 35mq e dopo cinquanta giorni di vicinanza forzata, non ci siamo ancora stancati l’uno dell’altra. Probabilmente ci siamo talmente abituati che ci sembrerà strano quando non saremo più obbligati a stare appiccicati h24. Ho scoperto che in un giorno si possono fare una miriade di cose che non avrei mai pensato. Si può lavorare, si può studiare, ci si può allenare, si può cucinare, si possono fare le videochiamate con le amiche in cui si parla degli ultimi pennelli acquistati per fare il contouring, o per lo meno per provarci a farlo, si può dormire, meditare, guardare il vuoto, si possono fare pessimi acquisti online, si può imparare a suonare uno strumento ma non nel mio caso visto che di musica non c’ho mai capito nulla. Ho provato a pensare a questa clausura come a una possibilità che ci è stata data per guardarci dentro. Per trascorrere un po’ di tempo con noi stessi. Per provare a capire se potevamo fare qualcosa per migliorarci, o se andavamo già bene così. Io, ad esempio, ho scoperto di avere molta più energia di quanto pensassi. E ho provato a impiegare questa energia per fare qualcosa di buono. Per terminare gli studi, ad esempio, per trovare un nuovo modo di lavorare, per iniziare a scrivere questo blog, per ricominciare la dieta. Per chi avesse letto il post precedente vorrei dirvi che sì, la dieta sta funzionando. In 10 giorni ho perso 4 kg. Ma questa era solo una piccola parentesi. Ne approfitto per ripetere che non divulgheró la mia dieta perché ognuno ha un fisico diverso e quindi è meglio rivolgersi a uno specialista. Tralasciando i miei kili di troppo vorrei lasciarvi con una riflessione alla Brezsny:

E se questa quarantena fosse solo l’inizio di un ben più lungo periodo di dustanziamento sociale, ti senti pronto tu, bilancia, capricorno e tutti gli altri segni dello zodiaco ad affrontare questa situazione senza dare di matto? In pratica ce l’hai un piano B in caso le cose non andassero come sperato?

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Un obiettivo per questa quarantena

In questi giorni di quarantena ho deciso di approfittarne per fare qualcosa che avevo da tempo trascurato. Ho deciso ad esempio di rimettermi a studiare. Ho terminato il master che dovevo portare a termine. Mi sono inoltre iscritta a un nuovo corso di laurea. Ma soprattutto ho deciso di fare una cosa che avevo messo da parte per troppo, troppissimo tempo: la dieta. Ebbene io non sono qui per promuovere la mia dieta perché comunque non ve la riveleró fino a che non sarò sicura che questa funzioni. Ma sono qui per dirvi che ormai da troppo tempo mi ero presa cura della mia anima ma avevo lasciato andare il mio corpo. E anche se tutti mi dicono che la donna curvy va di moda e che le forme mi stanno bene io, in questo corpo di cicciottella, non mi ci trovo per niente. Per questo ho deciso di approfittare della quarantena per tornare in forma. Si perché dovete sapere che anche se da bambina ero tondeggiante, dai 20 anni fino ai 27 anni sono stata di una magrezza invidiabile. O per lo meno adesso che guardo le foto di 3 anni fa invidio quel corpo, che poi è sempre il mio solo con il filtro ingrassante. Io non sono qui per dirvi che ho deciso di cambiare carriera e che mi voglio cimentare nella carriera di modella, anche perché probabilmente non mi vorrebbe nessuno, ma sono qui per dirvi che mi sono stancata di procrastinare. Ebbene sì mi sono stancata di dire lunedì comincio la dieta, domani inizio a fare la cyclette, dopo mi faccio una bella tisana depurativa. Mi sono stancata di guardarmi allo specchio e di vedere riflessa l’immagine di una ragazza che per troppo tempo si è ingolfata di dolci e dolcetti e ho deciso di fare qualcosa per cambiare. Così da venerdì, si io la dieta l’ho cominciata di venerdì, ho RI-cominciato a seguire la dieta che mi aveva prescritto la nutrizionista (perché si dovete farvi prescrivere la dieta dal nutrizionista non fate il fai da te) e mi sono messa in sella alla mia bella cyclette e ho cominciato a pedalare. E ho scoperto che, anche se può essere frustrante pedalare senza arrivare da nessuna parte, se hai un obiettivo da raggiungere diventa tutto più accettabile. Lo so che quello che vi dico può sembrare banale ma ho tentato mille volte di fare la dieta senza successo in questi 3 anni. Solo ora sento di essere pronta per dimagrire e trovare il giusto equilibrio psicofisico perché solo ora ho trovato la motivazione giusta per farla. Ho aperto l’armadio e ho confrontato i vestiti di ora con quelli di prima. Mentre i vesti di prima erano molto ini e servivano a valorizzare il mio corpo, i vestiti di adesso mi rendo conto che servono più che altro per coprire le forme di cui non vado molto fiera. Ho deciso che non voglio più coprirmi ma voglio vestirmi così come non voglio più mangiare a dismisura ma voglio nutrire il mio corpo nel modo giusto come lo faccio con la mia mente. Magari a voi di questo post su me che mi sono messa a dieta non ve ne fregherà nulla, e capirei se fosse così. Ma il punto non è la dieta in sé, il punto è la determinazione che ho scoperto di avere per raggiungere l’obbiettivo. Non pensavo di avere tutta questa forza. Perché è più facile continuare a rimanere nella zona di confort, continuare a mangiare per inerzia e continuare a non fare attività sportiva per inerzia. È più facile ve lo posso garantire. Ma è sicuramente meno soddisfacente che riuscire ad entrare nuovamente nel vestito della mia laurea. Per farvi capire a che cosa mi riferisco vi lascio una foto qui sotto del vestito in cui vorrei entrare.

E tu. Tu ce l’hai un obiettivo per questa quarantena?

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10 Motivi per scrivere

Di recente mi è capitato di parlare con una persona che mi chiedesse perché mi piacesse scrivere. Ho sempre saputo il motivo del mio interesse per la scrittura ma, in quel momento, è stato come se me lo fossi dimenticata. E non perché improvvisamente mi fosse passata la voglia di scrivere ma perché mi sono trovata spiazzata dalla domanda. Come fosse un’interrogazione in cui mi sentissi impreparata. Così ho deciso, per non dimenticarmelo la prossima volta che qualcuno me lo chieda, come mai mi piaccia scrivere.

Premetto che per me scrivere non è solo un piacere ma anche e soprattutto un bisogno. Scrivo perché non potrei non farlo. Scrivere per me, è un po’ come respirare. Lo faccio perché per me è indispensabile.

Scrivo perché qualcuno legga quello che scrivo. Lo so che sembra tanto banale quanto arrogante ma ho trascorso troppo tempo a scrivere solo per me stessa. E non lo faccio con l’intento di piacere a tutti. A qualcuno, quello che scrivo e come lo scrivo, non piacerà. Ma io ho bisogno di scrivere per gli altri. Ho bisogno di avere un interlocutore con cui parlare, anche a costo di non ricevere una risposta.

Scrivo perché a qualcuno piace quello che scrivo. E quindi continuo a farlo. Lo faccio per loro, ma lo faccio anche per me.

Scrivo perché a qualcuno non piace quello che scrivo. E quindi continuo a farlo. E non perché mi piaccia stare antipatica alla gente ma perché ho capito che non si può piacere a tutti ma bisogna anzi andare avanti facendo quello che ci fa stare bene indipendentemente da quello che pensano gli altri.

Scrivo per passare il tempo. Soprattutto in questi giorni di disagio, se non avessi l’interesse per la scrittura, non so come farei. Probabilmente sotto consiglio di qualcuno continuerei a cucinare dando vita a piatti immangiabili. Sì, non sono una grande cuoca.

Scrivo per imparare. Ogni volta che scrivo, imparo qualcosa di nuovo. Ogni volta provo a migliorarmi. Cerco argomenti nuovi, li tratto con un tono diverso.

Scrivo perché mi sembra essere l’unica cosa che sono veramente capace di fare. Oltre a mangiare, e dormire.

Scrivo per entrare in nuovi mondi. Ogni volta che scrivo vengo catapultata in un nuovo universo.

Scrivo per non dimenticare. Scrivere è come dare una seconda vita a ciò che abbiamo già vissuto, permettendo che questo non scompaia nel tempo. Scrivere rende indelebili i nostri ricordi.

E tu, perché scrivi?

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Bang Bang

Da bambina sono sempre stata molto timida e goffa. Qualunque cosa facessi o ovunque andassi, mi portavo sempre dietro il mio guscio, come fanno le lumache e, al primo contatto con il mondo esterno, tac, che ci rientravo dentro. Era la mia arma di difesa, la mia protezione dal mondo. Ma al mondo, il mio guscio non andava bene. All’insegnante di inglese, per esempio. Che mi diceva sempre che non avrei potuto continuare ad essere così timida. Che prima o poi sarei dovuta uscire allo scoperto, fare i conti con il mondo. E vi giuro che poi ce l’ho fatta,ad uscire allo scoperto, ad abbracciare il mondo. Ma è stato un percorso lungo e talvolta doloroso. Ma non lungo che ci ho messo anni ad uscire dalla mia tana creata ad hoc, ma lungo nel senso che ci ho messo anni a prendere consapevolezza del fatto che non potevo più continuare così. Ma ci è voluto un giorno solo per saltare fuori. Dal guscio s’intende. Perché sì, talvolta, la paura di fare qualcosa è più grande della cosa stessa. Che in sé, affrontare la vita non era così drammatico ai miei occhi, ma era sovradimensionata l’idea di provare ad affrontarla, la vita là fuori. Era come trovarsi di fronte a una grande centrifuga e non trovare mai il coraggio di saltarci dentro- o fuori, dipende dai punti di vista- per paura di essere schiacciato. Ma io l’avevo capito già da tempo che non era giusto nei miei confronti, continuare così. L’avevo capito ancora prima degli sguardi di chi, senza parlare, voleva dirmi di fare il grande salto. Prima ancora che leggessi quel libro di cui non ricordo il titolo che avrebbe dovuto aiutarmi a spaccare il mondo. Ma nessuno mi aveva ancora insegnato che ognuno ha i suoi tempi. Che non tutti siamo nati sotto il segno dei pesci e che qualcuno invece è della bilancia e ha bisogno di tempo, di maturare lentamente, come l’uva prima di diventare vino. Che se ero così non era perché ero difettata ma che forse, come il pane, avevo bisogno di lievitare prima di essere assaporato. Ma bando alle metafore enogastronomiche che è ora di pranzo e mi sta venendo fame, torniamo a noi.

Erano i famosi anni 2000 e io ero una briciola dimenticata sul tavolo. La mia preadoloscenza stava a sbocciando ma io non ero per nulla pronta a fiorire. Mi vergognavo del mio corpo, del mio modo di parlare, di camminare. Mi vergognavo persino dei miei sogni. Ma non perché fossero stupidi, i miei sogni -che poi magari lo erano anche – ma perché non mi sembravano all’altezza delle aspettative di chi mi circondava. Sarei voluta sparire. Scappare lontano per non essere giudicata da nessuno. E invece mi toccò di rimanere lì, imprigionata da me stessa. Vedevo il mondo andare avanti anche senza il mio contributo e ne soffrivo. Avevo mille cose da dire ma non sapevo in che lingua parlare. Così diventai sempre più introversa fino a fondermi con il mio guscio. Eravamo diventati un tutt’uno.

Fu un ragazzo, il mio primo ragazzo, ormai amico di vecchia data, ad allungarmi una mano. Lo fece senza volerlo, credo. Avevo 16 anni, o forse 17. Mi regalò un CD. C’erano scritte sopra le traccie, canzoni a caso, dal punk al rap alla musica classica. Ma una traccia non era segnata. Quella di un vocale(come diremmo ora) che lui ci registrò sopra. E non era una dedica d’amore. Ma una racconto breve scritto da me trovato in un libro che gli avevo prestato. Me lo aveva rubato, ma ora, in una forma diversa, me lo stava restituendo. Mi arrabbiai con lui per il furto ma poi capì che a qualcuno era piaciuto. Qualcuno aveva apprezzato quello che avevo da dire e per me, che ero così sfiduciata dalla vita, era qualcosa di grandioso.

Ora, io sono tutto fuorché una persona pessimista, triste in modo viscerale o trascendentalmente infelice. Anche se leggendo questo post potreste pensare il contrario vi assicuro che non sono così. È che mi ci è voluta una vita intera, o forse è stato un attimo, affinché io cominciassi a vedere il mondo come un posto di cui fidarmi,affinché amassi la vita più me stessa, sono banale lo so, ma io la mia vita la amo immensamente. Ed è stato quando ho capito di amare ciò che mi circondava, ciò che ero, ciò che facevo e quando ho iniziato ad apprezzare le mie smagliature e i denti accavallati e mi sono emozionata ascoltando la traccia di ciò che avevo scritto che ho capito che un guscio non mi serviva più. E quindi niente. Quindi Bang Bang. Ho sparato al mio guscio e ho iniziato a vivere.

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