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Grazie

Anche io avrei voluto scrivere qualcosa su questo 2020 che ci ha appena lasciati. E mi ero anche messa, a scrivere qualcosa. Ma poi le parole faticavano ad arrivare e non sapevo da che parte cominciare. Così ho lasciato perdere.

Avrei potuto dirvi che il 2020 è stato proprio un anno di cacca ma in realtà lo sapevate già. E che in realtà per me non è stato poi così male, che mi sarebbe potuta andare peggio, ma anche meglio a dir la verità. Ma che a lamentarsi non si va da nessuna parte e che anzi è solo cacca che ti ritorna indietro. Però se ci penso bene, forse, qualche insegnamento questo 2020 definitivamente archiviato, me l’ha lasciato.

Giuro che ci ho devuto pensare bene però alla fine qualcosa per cui ringraziare l’anno funesto mi è venuto in mente:

Ringrazio il 2020 per avermi insegnato ad accettarmi per quella che sono, dentro e fuori. Che in realtà è una vita che ci provo ma solo pochi mesi fa ho capito che ho già tutto qello che mi serve per essere felice. E che la felicità è una cosa molto seria e non solo perché lo dice Maria Antonietta ma perché ho capito che è così.

Un grazie al 2020 per avermi insegnato a non vergognarmi di quello che provo, che penso e soprattutto che sogno. Che ho passato la vita a sognare in piccolo perché pensavo di valere meno di 1 ma in realtà ho capito che c’è posto anche per i miei sogni in questo mondo.

Un grazie speciale va al 2020 per avermi insegnato a provare a mandare a quel paese chi mi ha fatto del male. Anche se in realtà non ci ho ancora mandato nessuno credo di essere sulla buona strada per affrontare il 2021 con una serie di vai a quel paese non indifferenti.

Ringrazio il 2020 per avermi insegnato a perdonarmi. Che sono sempre stata tanto dura con me stessa e che forse, se lo fossi stata anche con gli altri, mi sarei evitata un po’ di sofferenza. Ma anche quella è servita.

Un grazie speciale va al 2020 per avermi insegnato che dalla cacca si può uscire, sempre. Che certo a volte è più dura di altre. Ma che comunque un modo per uscirne c’è. Anche quando ti sembra impossibile.

Ringrazio l’anno bisesto anno funesto per avermi portato un dono prezioso. La mia Kaki. E per avermi insegnato che l’amore per un animale può essere tanto quanto l’amore che si prova per un essere umano. Da quando c’è lei, mi sono completamente rincitrullita.

Detto ciò, potrei andare avanti ancora a lungo. Che di insegnamenti, questo 2020 ormai andato, me ne ha lasciati tanti. Ma non voglio annoiarvi. E sopratutto, è ora di preparare la cena:) così vi lascio con una cosa che questo 2020, mi ha insegnato. E che a mio parere vale molto di più di tante altre cose: che non bisogna demordere mai. Che bisogna crederci sempre, qualunque cosa accada. Che anche quando nessuno ci crede tu ci devi credere. E io ci ho creduto. E ci credo ancora tanto, che qualcosa di bello accadrà. Che non è vero che passiamo la vita a farci il culo per niente. Scusate l’espressione. Ma che a qualcosa i nostri sforzi serviranno. Poi voi fate come volete. Io però mi impegnerò affinché i miei sogni si realizzino, con tenacia. Come ho imparato a fare in questo lungo 2020 appena finito.

Con un po’ di confusione in testa e una grande voragine nello stomaco vi lascio e vi auguro di svoltare in questo 2021.

A.

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Caro Babbo

Caro babbo Natale anche se sono un po’ cresciuta per scriverti quest’anno vorrei:

che mi portassi un beverone magico che dopo che lo bevo dimagrisco immediatamente di 15 kili ma anche 10 mi bastano. Vanno bene anche 5. Ma mi accontento anche di 1. Va bè senti, lascia stare il beverone e regalami piuttosto un buono di Chiara detta anche Chiala per gli amici, del valore di 1000 euro. Ma vanno bene anche 100. 10 euro sono un po’ pochi ma mi accontento. Senti Babbo lascia stare pure i vestiti che tanto c’ho l’armadio pieno e portami piuttosto una macchina nuova che la mia cade a pezzi. Anche se in realtà funziona ancora. Mi porta dove devo andare e non si lamenta mai. Perciò lascia stare pure la macchina e portami invece una bella bicicletta. Magari elettrica. Ecco no quella forse meglio di no, che comunque lo devo fare un po’ di movimento, se voglio dimagrire. Quindi lascia stare pure la bici elettrica e se riesci portami, portami tante caramelle. Ah no, le caramelle meglio di no. Sai, la ciccia poi aumenta. Allora. Allora portami…mmm portami un cagnolino. Ah no, ce l’ho già, è vero. Un coniglietto? Pure quello ce l’ho già. Allora Babbone del mio cuore cosa potresti portarmi per Natale visto che ho già tutto?

Caro Babbo Natale ho deciso. Questo Natale non vorrei riceve nulla di concreto (certo poi se me lo fai un regalo mica mi offendo eh). Vorrei però ricevere un dono che non ho mai avuto la fortuna di avere: ovvero poter mandare a quel paese chi mi dice cosa devo fare e come lo devo fare e quando lo devo fare senza per questo sentirmi una brutta persona. Poi se puoi portami pure un po’ di menefreghismo che anche quello mi farebbe comodo. Se poi c’hai ancora un po’ di spazio nel sacco portami tanta ma tanta pazienza che sto finendo le scorte. E poi, e poi sì un regalo lo vorrei. Un paio di tappi per le orecchie per non ascoltare sempre proprio tutto quello che dice la gente. Che a volte certe cose è meglio non sentirle. E poi se ti ci sta nelle mani magari portami un pacchettino pieno di cattiveria, che quella proprio mi manca ma so che potrebbe tornarmi utile.

Per il resto credo di avere tutto.

Grazie.

Ps. Anche se non mi porterai niente di quello che ti ho chiesto sarò felice lo stesso.

Con affetto.

A.

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Riflesso

In questi giorni di pioggia e neve ho ricominciato a fare una cosa che avevo trascurato da tempo: guardarmi allo specchio. Nel senso, tutte le mattine vedo il mio viso riflesso nello specchio quando mi lavo la faccia e i denti. Ma da un po’ di tempo avevo smesso di osservarmi veramente. Forse perché non riuscivo ad accettare il fatto che il mio corpo fosse cambiato. Forse perché non accettavo l’idea di essere ingrassata, di avere delle forme che prima non avevo. Ma ieri, ieri è successo qualcosa di diverso dal solito. Ieri mi sono guardata allo specchio, mi sono spogliata, mi sono cambiata di outfit, 5,10, infinite volte e mi sono accorta di non essere poi così male. In realtà la sapere una cosa? Ieri, guardandomi riflessa nello specchio, mi sono resa conto di piacermi, e anche tanto. Mi sentivo a mio agio con i miei nuovi e con i miei vecchi vestiti. Mi sentivo a mio agio con le mie nuove forme, come se avessi scelto io il mio corpo. Come se tra tutte le combinazioni, fossi stata proprio io a scegliere la disposizione delle forme, del grasso, dei muscoli sul mio corpo. E non crediate che abbia iniziato a piacermi per rassegnazione, perché è più facile ingrassare che dimagrire. Ma proprio perché, dopo tanto tempo forse, ho ricominciato ad amarmi, non solo dentro ma anche fuori. Perché ciò che ho visto allo specchio ho capito essere il riassunto di una vita intera, di una vita intensa.

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Uno due tre

La maggior parte delle cose belle che ho fatto nella mia vita le ho fatte d’impulso. Anche di quelle brutte, a dir la verità. Che la fretta è nemica, della saggezza. Che per fare le scelte giuste, bisogna pensare, tanto. E bene. Che le scelte di pancia non sono mai quelle giuste. Ma per me è solo un modo di dire. Che se non fossi stata così impulsiva nella vita, sì magari adesso sarei più tranquilla e serena, ma non avrei raggiunto niente di quello che volevo ottenere. Parlo come una che si sente arrivata chissà dove. Ma a me va bene così. Ovunque io mi trovi.

Anche quando scrivo, lo faccio d’istinto. Non penso. Sono le dita che pensano per me. Loro sanno già tutto. Su che tasti andarsi a posare. Come fanno le farfalle sui fiori. E scrivono, digitano, corrono sulla tastiera per andare a creare, ogni volta, qualcosa di nuovo.

E così succede per i messaggi, che ogni tanto, mi capita di mandare. Che poi, dopo averli mandati, mi chiedo perché l’abbia fatto. Che potevo pensarci, prima di inviarli. E invece no. Ci penso sempre troppo tardi io, alle cose.

Come nella vita, quella di tutti i giorni. In cui mi capita di inciampare perché, per la fretta mi sono dimenticata di allacciarmi le scarpe. E allora mi mangio le mani per essere caduta proprio lì, dove tutti mi hanno vista. Che se avessi fatto le cose con più calma adesso chissà dove sarei. Probabilmente al punto di partenza. E che rimuginare non fa bene. Anche se lo faccio spesso. Ma solo dopo aver accumulato una buona dose di figure di emme. Prima, ovviamente, non avrebbe senso farlo.

E non c’è una morale in questo post. E non che volesse essercene una. Solo che ho capito che questa parte di me, del mio modo di fare, del mio essere così impulsiva mi ha fatto sbattere la testa un sacco di volte. E tante volte mi sono fatta male. Altre un po’ meno. Altre veramente tanto. E anche se ci lavoro da una vita, sull’incapacita’di fermarmi, e contare fino a 10, prima di prendere una decisione ecco ho capito che non ci posso fare molto. Posso provare a contare sì, ma alla fine mi fermo sempre a tre.

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Coincidenze

Quando sei giovane ti senti obbligato a prendere tutti i treni. A non lasciartene sfuggire nemmeno uno. Che ogni lasciata è persa. Che ti dicono che devi fare più esperienza possibile. Allora dopo la laurea cominci a fare uno stage, a volte due, a volte tre. E siccome con lo stage non ci mangi, sei costretto a trovarti un secondo lavoro. Ma tutto fa brodo. Dicono. Poi un giorno bussa alla porta un tale che ti offre un primo, vero lavoro. E tu cosa fai, non accetti? Certo che accetti. E allora cominci. E ti ci butti con tutto te stesso. E ti piace? Non ti piace? Sei felice? Che domande! Chissenefrega se mi piace, e se questo lavoro mi rende felice. L’ho trovato, e ora me lo tengo. Di sicuro non lo mollo per qualcosa di più instabile,e che magari mi piace pure. E se poi all’improvviso ti rendi conto che non sei contento? Del lavoro intendo. E ma voi giovani vi lamentate sempre. Dicono. Hai trovato il posto fisso. Tienitelo. No? No, io lo mollo. No, non farlo! E invece si. Pazzo!

È così che comincerebbe il romanzo sulla mia autobiografia lavorativa.

Sono stata una che, nella vita, ha sempre cercato di prendere tutti i treni, stando attenta alle coincidenze. Ho studiato tanto, forse troppo. Ho seguito un percorso ben preciso, per poi, all’improvviso, cominciare a prendere treni a caso, che mi portavano sempre troppo lontano da dove volessi veramente andare. Ho fatto la hostess, la tata, la cameriera, la stagista nel mondo degli eventi, quella con il posto fisso. Ma non mi rendeva felice. O meglio mi rendeva felice il posto fisso, ma non quello che facevo. Io non ci ho mai capito niente di numeri. E non sono mai stata nemmeno precisa. E nemmeno tanto ordinata. Io volevo fare a modo mio, metterci del mio in quello che facevo. E lì non potevi, erano numeri. Tutti numeri. Ma ringrazio comunque chi mi ha dato la possibilità di capire cosa significasse avere un indeterminato. È così bello che mollarlo per seguire i tuoi sogni ti sembra una follia. E forse lo è. Forse lo è stato. Ma io l’ho fatto.

Era l’estate del 2016 e io avevo appena iniziato uno stage. Avevo rinunciato alle vacanze post laurea per quel posto. Che scema, penso ora. Tornassi indietro mi farei tre mesi di vacanza a fare….niente. E non perché non sia servito a nulla. Quello stage intendo. Altroché se è servito. Ho capito che per quanto tu possa impegnarti, ci sarà sempre qualche stronzo nato per metterti i bastoni fra le ruote. Ma questa è un’altra storia, forse un giorno ve la racconterò.

Dopo quello stage iniziai finalmente a vedere la luce in fondo al tunnel. Mi proposero un indeterminato per un lavoro che non ho mai capito molto bene perché lo avessi accettato. Ah sì, il posto fisso, dimenticavo. Fu l’inizio della mia sonnolenza cerebrale. Ero arrivata. Non so dove. Ma finalmente, dopo una vita a prendere e perdere treni mi sentivo finalmente arrivata, da qualche parte. A 26 anni. Se ci ripenso ora mi viene da ridere.

Ma il problema non era stato il lavoro, e nemmeno lo stage, e nemmeno i lavori precedenti. Il problema ero io, che, in modo superficialmente arrogante, non mi ero mai chiesta che cosa veramente volessi fare nella mia vita. Che cosa, avrebbe potuto rendermi felice. Così arrivò il giorno in cui, conscia di non avere più nulla, lavorativamente parlando, provai a chiedermi cosa mi piacesse veramente fare. Fu un giorno triste. In cui mi sembrò di aver buttato giù dalle scale tutti gli anni di sacrifici a studiare e a fare tardi la sera per lavorare in un locale per pagarmi l’affitto. Ma fu un anche un giorno bello. Perché capii, che tutto quello che avrei dovuto fare per essere felice, era già dentro di me. La vita mi aveva insegnato a coltivare le mie passioni. Così ricominciai a scrivere a studiare, a darmi da fare.

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Terapia

C’è una cosa che mi ricorda tanto la mia infanzia. Il profumo della crema solare della Just. Quella che mi metteva la mamma da bambina per non scottarmi la pelle. Quella che da un po’ ho smesso di mettere perché tanto ormai ho la corazza,dico io. Ma voi non fate come me, voi mettetela sempre, la crema solare, di qualsiasi marca essa sia.

Alla fine, oltre alla crema e ai pomeriggi in cortile con fratelli, cugini e vicini di casa, non ho molti ricordi della mia infanzia. E non perché non sia stata bella. Anzi. È che sono sempre stata, fin da piccola, in cerca di qualcosa. Così concentrata a capire cosa stessi cercando che mi sfuggivano i momenti dalle mani. E allora provavo a dipingerli, scolpirli, scriverli. Ecco sì per la maggior parte delle volte li scrivevo. Ovunque ci fosse spazio per un po’ di inchiostro. E così mi ritrovavo a riempire diari, scrivere lettere, consumare fogli di scottex (perché, in mancanza di altro, andavano bene anche quelli). E ringrazio sempre non so chi per avuto questa passione sin da bambina, che se non l’avessi avuta, io non lo so a chi avrei potuto raccontare quello che sentivo dentro. Che ai tempi se andavi dallo psicologo era perché eri matto e che comunque un bambino che va dallo psicologo non si è mai visto, dicevano. Ma la verità è che io non avevo bisogno di uno psicologo, o forse sì ma di sicuro avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse. E così mi rivolsi alla carta, che si è sempre lasciata imprimere con le mie ferite, senza mai replicare, né lamentarsi. E ogni volta che finivo un diario, uno nuovo era pronto a farsi battezzare. E così fu per tanto tempo.

Ma poi arrivò l’età della spensieratezza e decisi che scrivere, non aveva più senso. Così buttai tutti i miei diari. Che era arrivato il momento di vivere. Veramente. E mi gettai nelle mani del caso e del caos e ne venne fuori un quadro surrealista. Ma bellissimo. Lo conservo ancora con gioia.

Il tempo inevitabilmente passò, e capii che non potevo più vivere nell’incertezza. Avevo bisogno di stabilità. Ma passò del tempo prima che disimparassi a camminare sui trampoli. Passò del tempo, passarono giorni, e passarono notti, e mesi e anni. E il buio a volte si trasformava in crepuscolo e poi di nuovo tutto nero.

Così un giorno, per caso, ripresi in mano la penna, che in fondo mi era sempre stata amica. E decisi di smetterla di vergognarmi delle mie cicatrici. Che solo mostarandole al mondo, sarei diventata più forte. Che solo affrontandole, avrei conosciuto me stessa.

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Briciole

Ci sono giorni in cui ripenso ai miei ex coinquilini. Giorni in cui mi chiedo che fine abbiano fatto. Qualcuno di loro lo sento ancora. Qualcun’altro è diventato parte della mia vita. Qualcuno non lo rivedrò mai più. O forse sì. Mai dire mai.

Sono stati tanti i coinquilini che ho avuto durante la mia permanenza meneghina. Maschi, femmine, in cerca d’identità. Sono stati tanti e tutti hanno lasciato, alla fine dei conti, un bel ricordo. Nonostante le litigate. Per l’olio, l’aceto, le bollette, i piatti da lavare. Ricordo le cene in compagnia di amici, con la casa sempre troppo piccola, per poterci stare veramente comodi. Ogni coinquilino portava un amico e così alle volte si finiva per essere in 10, 12 persone, ognuno con la sua vita, ognuno con la sua storia da raccontare. Ed era strano sapere che al mondo ci fossero persone così diverse da me,e che, nonostante tutto, ci fosse posto anche per loro. Era bello sentirsi parte di una grande famiglia. Che a me, le famiglie allargate, mi sono sempre piaciute tanto.

E ogni volta che cambiavo casa, e cambiavo coinquilini, nuove storie si intrecciavano con la mia vita. E imparavo a fare cose nuove. E imparavo a truccarmi, a scrivere ad amarmi.

I miei coinquilini, a partire dalle mie prime coinquiline Siciliane, hanno rappresentato tutti, un pezzo della mia famiglia, in un dato momento. Alle volte erano fratelli, altre volte io ero la loro mamma, sorella, cugina o semplice amica. Ma la cosa bella è che, in qualunque casa io sia stata, in qualunque letto abbia dormito, non mi sono mai sentita sola. Perché c’era sempre qualcuno pronto a farmi compagnia in quella specie di salotto quando non riuscivo a prender sonno. O qualcuno con cui condividere il pranzo o semplicemente i biscotti, che a volte era l’unica cosa che c’avevo da mangiare.

E ora che sono qui, nella mia casa di campagna, con i miei 3 coinquilini fidanzato, cane e coniglio ripenso a tutte le volte che qualcuno mi chiedeva come facessi, a condividere la casa con degli estranei. E anche se le mie risposte erano sempre troppo vaghe ora so che direi loro che ho capito che abbiamo bisogno di essere briciole prima di diventare pane.

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Bar Italia

Correva l’anno 2005. E io avevo poco più di 16 anni. Era l’anno della Street Parade, l’anno del primo maggio a Roma, l’anno delle prime cotte, l’anno in cui cambiai scuola. Era l’anno in cui cambiai scuola perché non avevo molta voglia di studiare. L’anno in cui la scuola mi deluse. O in cui io, forse, deludetti la scuola. Fu un anno pieno di cambiamenti. Il mio corpo cambiava, i miei pensieri, cominciavano a cambiare. L’anno dei nuovi compagni di classe, di banco, l’anno dei nuovi prof. Alcuni bravi, altri meno. Uno mi è rimasto nel cuore. Ma non gliel’ho mai detto.

C’era un posto, dove ci piaceva andare, con le mie compagne di classe borghesi, prima di cominciare scuola. Era il bar Italia. Un baretto da poco, una specie di bar sport, in cui ci fermavamo prima di lezione, a mangiare la brioche e bere cappuccino. Era un luogo di ritrovo dove improvvisamente diventavamo tutti uguali. Altro che la scuola. Mai visto un posto più di parte. Ma torniamo al bar Italia. Quel luogo in cui tutti eravamo ragazzi e ragazze allo stesso modo. In cui tutti mangiavamo la brioche allo stesso modo e bevevamo cappuccino, allo stesso modo. Quel luogo in cui tutti ripassavamo la lezione, prima di un’interrogazione e tutti, ma proprio tutti, avevamo paura che quel giorno sarebbe toccata a noi. Le paure diventavano le stesse, ricchi o poveri che fossimo. Ce la facevamo sotto.

Ma il bar Italia non era solo luogo di colazioni e ripassoni dell’ultimo minuto ma anche luogo d’incontri fuggiaschi. Luogo d’amore e d’odio. Luogo di pettegolezzi. Un luogo qualunque dove ritrovarsi per dire alla tua metà che, semplicemente, non la amavi più. E allora erano pianti. E parolacce. E improvvisamente diventavi stronza, agli occhi di tutti. Per avergli spezzato il cuore, proprio lì, in quel luogo dove gli amori di solito nascevano.

E così, qualche tempo fa, prima che questo maledetto virus ritornasse più forte di prima, sono inciampata per caso in quel baretto anni 80 che puzzava di sigaretta e, seduta a bermi un cappuccino, mi è sembrato di rivederci lì, nuovamente noi tre: la rossa, la bionda, la mora.

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Napoleone

Sono le 9 del mattino. Ci siamo appena sentite per via del tuo libro. Non ho perso nemmeno un istante e subito mi sono messa a leggerlo. Erano mesi che non divoravo letteratura. Ehm forse la letteratura è un’altra cosa. Ma a me piace pensare che un giorno i nostri figli studieranno i tuoi libri a scuola. Chissà che ne sarà dei miei. Se mai avrò il coraggio di scriverne, o la pazienza, o la costanza.

È stato bello risentirti, qualche giorno fa. Sapere che mi segui. Che in un certo senso ti ritrovi, in quello che scrivo. Come se, anche se poi ci siamo perse, alla fine gli anni della spensieratezza, sono stati pieni per entrambe.

E così, inevitabilmente, ripenso alle nostre serate, ai vestiti corti, a tu che non l’ho mai capito se fossi più selvaggia o più casta. Che di certe cose non si parla. Ma i tuoi occhi dicevano tutto. O forse niente. Solo che a me, a me è sempre piaciuto provare a capire che cosa ti passasse per la testa. Ma non te l’ho mai detto.

E te li ricordi i ragazzi? Che ci guardavano le gambe, che ci offrivano da bere. E noi che come delle sceme, ci innamoravamo, ogni volta, come fosse la prima. E i tuoi capelli lunghi, ne hai sempre avuti tanti, e il mio modo strafottente di trattare l’altro sesso. Che adesso che mi guardo indietro, direi che me la tiravo, e non poco. Ma era bello sapere di farli soffrire, anche solo per un minuto, che poi con gli anni avremmo scoperto che la sofferenza era ben altro. Ma a 16 anni devi essere felice, ed è giusto così. E noi lo eravamo, cavoli se lo eravamo. Pur con le nostre pare. Che i problemi erano se metterci il vestitino bianco o quello azzurro, e se truccarci poco, oppure tanto. E guardavamo le altre tipe, con indifferenza, che eravamo noi le più belle, le vere influencer. E che quando passavamo noi, me lo ricordo, il Napoleone si girava. Quel bar di tamarri che a noi ci è sempre piaciuto tanto.

E adesso che siamo cresciute e chissà se siamo veramente cambiate, ci ritroviamo entrambe con la penna in mano, o meglio con il pollice digitale, che io scrivo tutto dal telefono e tu, chissà tu come scrivi. Ma sono sicura che avremo modo di parlarne, magari a casa mia, o a casa tua, o magari al Napoleone, per vedere se qualche ragazzo ancora si ricorda il nostro nome.

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Sean Paul

La cosa che mi piaceva di più delle vacanze in Sicilia erano i profumi. I profumi della terra, del cibo, degli alberi in fiore, degli agrumi caduti a terra. Mi piaceva il sapore delle mandorle, che sgusciavamo con una pietra alla casa al mare della nonna. E anche se non era la mia nonna, era bello sapere che fosse la nonna di tutti. Ricordo un pomeriggio di sole a mangiare pane essiccato poi fritto nell’olio con sopra la Nutella. E poi di corsa al mare a sciacquarci le mani ancora sporche. Le scene dello squalo girate nelle pericolosissime acque di Mazara del Vallo e i bagnini che ci sgridavano che spaventavamo la gente.

La Sicilia per me ha rappresentato una parte bella della mia vita. Conservo tanti ricordi, come fossero conchiglie in fondo al mare. Ricordo gli arancini, o le arancine che forse da voi si dice così, che con G ci litigo sempre per come lo dico. Ricordo i gelati, le brioche ripiene di gelato al pistacchio, che è sempre stato il mio gusto preferito, insieme al cioccolato. La granita con i biscotti di zia, da pucciarci dentro, come diremmo noi del nord. Ed era bello sapere di essere anche io un po’ siciliana durante quelle settimane di vacanza. Ed era bello essere accolta come sorella, cugina, figlia, nipote. Erano belle le tavolate alla casa di campagna a mangiare pesce arrostito. E le colazioni in centro. E le notti in spiaggia, a guardare le stelle. E chiederci se l’anno successivo ci saremmo riviste, tutte insieme, al solito bagno. Ricordo le serate all’approdo a ballare reggae e la notte di San Lorenzo desiderare che tutto continuasse ad andare come stava andando. Che meglio di così non poteva andare. Che eravamo belle, e felici. Ed eravamo amiche, sorelle, cugine. Alcune di sangue, altre destinate ad esserlo.

E poi gli anni sono passati e con alcune ci siamo perse. C’è chi è partita, chi è restata. Chi si è sposata, chi ha avuto figli, chi cani, gatti, conigli. Ma la Sicilia è sempre stato il luogo dove tutte insieme ci ritrovavamo, almeno una volta all’anno, e dove tutto si rizzerava. Le litigate, i messaggi mai scritti, quelli mai risposti, le lettere in bianco, i regali mai fatti. E dove tutto ricomiciava daccapo. Le labbra salate, il centro storico, le 100 chiese da visitare, i gamberi rossi da assaggiare, i matrimoni a cui piangere, Sean Paul da ballare.

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