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Coincidenze

Quando sei giovane ti senti obbligato a prendere tutti i treni. A non lasciartene sfuggire nemmeno uno. Che ogni lasciata è persa. Che ti dicono che devi fare più esperienza possibile. Allora dopo la laurea cominci a fare uno stage, a volte due, a volte tre. E siccome con lo stage non ci mangi, sei costretto a trovarti un secondo lavoro. Ma tutto fa brodo. Dicono. Poi un giorno bussa alla porta un tale che ti offre un primo, vero lavoro. E tu cosa fai, non accetti? Certo che accetti. E allora cominci. E ti ci butti con tutto te stesso. E ti piace? Non ti piace? Sei felice? Che domande! Chissenefrega se mi piace, e se questo lavoro mi rende felice. L’ho trovato, e ora me lo tengo. Di sicuro non lo mollo per qualcosa di più instabile,e che magari mi piace pure. E se poi all’improvviso ti rendi conto che non sei contento? Del lavoro intendo. E ma voi giovani vi lamentate sempre. Dicono. Hai trovato il posto fisso. Tienitelo. No? No, io lo mollo. No, non farlo! E invece si. Pazzo!

È così che comincerebbe il romanzo sulla mia autobiografia lavorativa.

Sono stata una che, nella vita, ha sempre cercato di prendere tutti i treni, stando attenta alle coincidenze. Ho studiato tanto, forse troppo. Ho seguito un percorso ben preciso, per poi, all’improvviso, cominciare a prendere treni a caso, che mi portavano sempre troppo lontano da dove volessi veramente andare. Ho fatto la hostess, la tata, la cameriera, la stagista nel mondo degli eventi, quella con il posto fisso. Ma non mi rendeva felice. O meglio mi rendeva felice il posto fisso, ma non quello che facevo. Io non ci ho mai capito niente di numeri. E non sono mai stata nemmeno precisa. E nemmeno tanto ordinata. Io volevo fare a modo mio, metterci del mio in quello che facevo. E lì non potevi, erano numeri. Tutti numeri. Ma ringrazio comunque chi mi ha dato la possibilità di capire cosa significasse avere un indeterminato. È così bello che mollarlo per seguire i tuoi sogni ti sembra una follia. E forse lo è. Forse lo è stato. Ma io l’ho fatto.

Era l’estate del 2016 e io avevo appena iniziato uno stage. Avevo rinunciato alle vacanze post laurea per quel posto. Che scema, penso ora. Tornassi indietro mi farei tre mesi di vacanza a fare….niente. E non perché non sia servito a nulla. Quello stage intendo. Altroché se è servito. Ho capito che per quanto tu possa impegnarti, ci sarà sempre qualche stronzo nato per metterti i bastoni fra le ruote. Ma questa è un’altra storia, forse un giorno ve la racconterò.

Dopo quello stage iniziai finalmente a vedere la luce in fondo al tunnel. Mi proposero un indeterminato per un lavoro che non ho mai capito molto bene perché lo avessi accettato. Ah sì, il posto fisso, dimenticavo. Fu l’inizio della mia sonnolenza cerebrale. Ero arrivata. Non so dove. Ma finalmente, dopo una vita a prendere e perdere treni mi sentivo finalmente arrivata, da qualche parte. A 26 anni. Se ci ripenso ora mi viene da ridere.

Ma il problema non era stato il lavoro, e nemmeno lo stage, e nemmeno i lavori precedenti. Il problema ero io, che, in modo superficialmente arrogante, non mi ero mai chiesta che cosa veramente volessi fare nella mia vita. Che cosa, avrebbe potuto rendermi felice. Così arrivò il giorno in cui, conscia di non avere più nulla, lavorativamente parlando, provai a chiedermi cosa mi piacesse veramente fare. Fu un giorno triste. In cui mi sembrò di aver buttato giù dalle scale tutti gli anni di sacrifici a studiare e a fare tardi la sera per lavorare in un locale per pagarmi l’affitto. Ma fu un anche un giorno bello. Perché capii, che tutto quello che avrei dovuto fare per essere felice, era già dentro di me. La vita mi aveva insegnato a coltivare le mie passioni. Così ricominciai a scrivere a studiare, a darmi da fare.

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