C’è una cosa che mi ricorda tanto la mia infanzia. Il profumo della crema solare della Just. Quella che mi metteva la mamma da bambina per non scottarmi la pelle. Quella che da un po’ ho smesso di mettere perché tanto ormai ho la corazza,dico io. Ma voi non fate come me, voi mettetela sempre, la crema solare, di qualsiasi marca essa sia.
Alla fine, oltre alla crema e ai pomeriggi in cortile con fratelli, cugini e vicini di casa, non ho molti ricordi della mia infanzia. E non perché non sia stata bella. Anzi. È che sono sempre stata, fin da piccola, in cerca di qualcosa. Così concentrata a capire cosa stessi cercando che mi sfuggivano i momenti dalle mani. E allora provavo a dipingerli, scolpirli, scriverli. Ecco sì per la maggior parte delle volte li scrivevo. Ovunque ci fosse spazio per un po’ di inchiostro. E così mi ritrovavo a riempire diari, scrivere lettere, consumare fogli di scottex (perché, in mancanza di altro, andavano bene anche quelli). E ringrazio sempre non so chi per avuto questa passione sin da bambina, che se non l’avessi avuta, io non lo so a chi avrei potuto raccontare quello che sentivo dentro. Che ai tempi se andavi dallo psicologo era perché eri matto e che comunque un bambino che va dallo psicologo non si è mai visto, dicevano. Ma la verità è che io non avevo bisogno di uno psicologo, o forse sì ma di sicuro avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse. E così mi rivolsi alla carta, che si è sempre lasciata imprimere con le mie ferite, senza mai replicare, né lamentarsi. E ogni volta che finivo un diario, uno nuovo era pronto a farsi battezzare. E così fu per tanto tempo.
Ma poi arrivò l’età della spensieratezza e decisi che scrivere, non aveva più senso. Così buttai tutti i miei diari. Che era arrivato il momento di vivere. Veramente. E mi gettai nelle mani del caso e del caos e ne venne fuori un quadro surrealista. Ma bellissimo. Lo conservo ancora con gioia.
Il tempo inevitabilmente passò, e capii che non potevo più vivere nell’incertezza. Avevo bisogno di stabilità. Ma passò del tempo prima che disimparassi a camminare sui trampoli. Passò del tempo, passarono giorni, e passarono notti, e mesi e anni. E il buio a volte si trasformava in crepuscolo e poi di nuovo tutto nero.
Così un giorno, per caso, ripresi in mano la penna, che in fondo mi era sempre stata amica. E decisi di smetterla di vergognarmi delle mie cicatrici. Che solo mostarandole al mondo, sarei diventata più forte. Che solo affrontandole, avrei conosciuto me stessa.