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Metafora

Se potessi avere un pregio di mio padre vorrei potermi ricordare a memoria tutte le date di ciò che è successo nella vita. Ma io dimentico tutto. Se si tratta di numeri. Ad esempio io non me lo ricordo il giorno, e nemmeno l’anno, in cui ti conobbi. Caro il mio amico. Però di sicuro il nostro incontro iniziò con una risata. Che tu ridevi sempre. Sarà che sei spagnolo e voi spagnoli siete sempre felici. Cliché. Ma per te è più che vero.

Eravamo alla statale. Nel chiostro della statale. O in biblioteca. O forse in quel pratone in cui ci piaceva tanto andare a mangiare la pizza unta. Però tutto iniziò con una risata. Ne sono certa. Alla fine noi italiani parliamo sempre di cibo, diceva una tipa francese che conobbi forse insieme a te. Ma chi se lo ricorda. Però aveva ragione. Ricordo quel giorno che ti mancava casa e pure gli spicci per comprarti da mangiare e tu rubasti…sto morendo…rubasti un salame al minimarket perché ti mancava il chorizo. Ed eri così dispiaciuto quando me lo venisti a raccontare. Che ti avevano sgamato. E io volevo trattenere le risate ma non ce la facevo. Forse quella fu l’unica volta in cui avresti voluto tirarmi un pugno. Ma io me le ricordo ancora le chiacchiere tra le strade vuote di Milano a ripetere quanto ci facesse schifo quella città. Tu che mi parlavi della tua Alicante. Che poi ti sono venuta anche a trovare. E faceva caldo. Ho ancora quella foto di noi sulla mucca a piedi nudi. Che scemi. E poi la sera a bere birre nel secchiello che tanto costava poco e io che pensavo a un piano per trasferirmi lì. Ma la nostra è sempre stata solo amicizia. Mai un bacio. Mai uno sguardo di desiderio. Eravamo puri. Come bambini che hanno solo voglia di giocare. E poi quella sera al mare, a fare il bagno nudi con i tuoi amici e tu che mi dicevi di stare attenta e io che andavo sempre più lontana. E poi mi ricordo, ora che ci penso, quella sera a villa Tittoni in Brianza a mangiare la pasta con la ricotta che avevo preparato io. Che faceva così vomitare che fummo costretti a saltare la cena. Ma chissenefrega. A quell’età ci bastava l’aria. A me bastava starti vicino, per sapere di aver trovato un amico. L’unico amico maschio che io sia mai riuscita ad avere. L’unico che ha avuto il coraggio di dirmi che avrei dovuto vivere e scrivere in modo più profondo. Che la vita non è tutta pizza e fichi e che prima o poi avrei dovuto fare i conti con l’oste. Che prima o poi quello che bevi lo devi pagare, che non puoi passare la vita a scappare di qua e di là. Che uno stronzo che ti fa pagare il biglietto alla fine lo troverai. E io sì amico mio. Quello stronzo l’ho trovato. E quel giorno fu così triste che il cielo pianse a lungo. E allora capì che non dovevo più scappare. Che ogni cosa l’avrei trovata dentro di me. Che avrei dovuto scrivere più profondamente e prendere il respiro per andare sott’acqua che se ci vai con la bocca aperta sono cavoli amari. Ma tu lo sapevi. E non me l’hai mai detto. Ma tu eri più grande di me. E non di età. Siamo entrambi della bilancia eppure eri tu quello più equilibrato tra i due. Io solo una sciocca che giocava a barare. E anche adesso che sei lontano, nella tua bella Alicante, io lo so che mi diresti che è stato giusto così. Che non puoi aprire una porta se non hai la chiave. A meno che tu non sia un ladro. Ma che anche i ladri spesso piangono e che un urlo di sfogo a volte vale più di mille parole.

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