Questo post è dedicato a te, che sei un ragazzo, un giovane adolescente, un quasi più che ventenne, uno che ha passato i 20 da un po’ o uno che, nonostante gli anni, continua a sentirsi giovane. Questo post è dedicato a te, che hai sempre avuto quel talento, quel sogno nel famoso cassetto, ma non hai mai avuto il coraggio di mostrarlo al mondo. Forse, per paura di non farcela, forse, per paura di essere giudicato.
Io, ad esempio, ho sempre amato scrivere. Scrivevo dappertutto. Sulle pagine bianche dei libri, sulle copertine dei quaderni, sui tovaglioli di carta dei ristoranti cinesi, sui finestrini appannati delle macchine, sui banchi di scuola, mi scrivevo sulle mani, sui muri dei bagni. Lasciavo una traccia ovunque mi trovassi. Forse perché volevo lasciare un segno nel tempo. Ma non ho mai pensato di farlo seriamente, scrivere intendo. A scuola gli insegnanti mi dicevano che scrivevo bene ma non mi hanno mai spronata a scrivere per gli altri. Ma la colpa non è loro, se non mi sono mai buttata a scrivere se non per me stessa. Riempivo pagine intere di pensieri, racconti, ricordi che leggevo solo io. Ma avrei voluto farli leggere anche al mondo là fuori. Ma mi mancava sempre qualcosa. Volevo che i miei scritti fossero perfetti prima di farli leggere a qualcuno che non fossero i miei occhi. Volevo che la forma con cui scrivevo fosse esemplare, il contenuto intelligente, ma trovavo sempre una scusa nuova per non mostrare agli altri quello che avevo scritto. Ciò che mi mancava soprattutto, era il coraggio. Ciò che mi pesava soprattutto, era il giudizio. Ho sempre odiato sentirmi giudicata. A nessuno credo piaccia ma io ho sempre vissuto il giudizio degli altri come se avessi un bubbone gigante in mezzo alla fronte e che quello, il bubbone intendo, fosse l’unica cosa di cui gli altri si sarebbero accorti. Così, col passare degli anni, ho smesso di scrivere anche per me stessa. Ho cominciato a fotografare, ma per me non è mai stata la stessa cosa. Scrivere era il modo in cui davo una nuova vita ai pensieri, i ricordi rimanevano impressi nella carta come fossero tatuaggi indelebili.
Ricominciai a scrivere di ritorno da un viaggio in Spagna dove avevo lasciato un amico che sarebbe rimasto con me nel tempo. Tuttora mi sostiene da lontano, incoraggiandomi a scrivere. Scrissi dei pomeriggi caldi ad Alicante, delle birre nel secchiello che ci solleticavano il palato, di un amore gitano che non avrebbe avuto futuro, dei bagni al mare la notte e la mattina in qualche chioschetto a fare colazione con “pan con tomate”. Scrissi dei pranzi a base di chorizo y queso e della mia dieta che stava andando a farsi benedire. Scrissi di una spiaggia di cui ora non ricordo il nome, dove andavamo a vedere il tramonto e della gente che l’abitava. Scrissi degli applausi al calar del giorno, per ringraziare la vita di esserci stata accanto, anche quel dì. Scrissi di un amico fricchettone che mi lavó i piedi e mi insegnò che lì, si usava fare così. Scrissi perché non volevo dimenticarmi nemmeno un particolare di quello che avevo vissuto.
Col tempo capì che, prima o poi, avrei dovuto condividere quello che scrivevo, con il mondo. E non era per una questione di visibilità ma per una questione di principio. Dovevo farcela. Dovevo sconfiggere il timore di essere giudicata. Ma non presi coscienza di ciò col tempo, andando a tentativi. Semplicemente, mi buttai. Capitò che un giorno, dopo aver scritto un sogno che avevo fatto la notte precedente, decisi di renderlo pubblico. Da quel giorno non potei più fare a meno di scrivere, per il mondo, e per me stessa.
Ora, io non penso che a tutti debba interessare ciò che scrivo io o che ciò che scrivo io sia più bello, intelligente, avventuroso di quello che possa scrivere chiunque altro. Penso solo che non potevo più tenere per me ciò che scrivevo. Ma non perché il contenuto dei miei scritti fosse così indispensabile per l’umanità ma perché era indispensabile per me, che voi leggeste ciò che io avevo da dirvi. Lo so che sembra un discorso intricato, ma vi assicuro che a una seconda lettura vi sembrerà tutto più chiaro.
Ciò che abbiamo dentro di noi, prima o poi esploderà. O imploderemo noi. Quindi è meglio imparare a fare i conti con i nostri sogni, i nostri desideri, le nostre paure e addomesticarli ad uscire, a poco a poco. O ci travolgeranno. Ma va bene anche così, purché noi li facciamo crescere. Anche a costo di vederli diventare più grandi di noi.
Quindi, se vuoi un consiglio, anche se un saggio dice che sia sempre meglio non dare consigli se non espressamente richiesto, io ti dico di buttarti. E non perché sia morbido, perché probabilmente non lo sarà. Ma per non dover avere rimpianti – o per lo meno non troppi- qualcuno comunque ce l’avrai-di non averci almeno provato. Che il tuo sogno sia quello di scrivere, di cantare, di cantare quello che scrivi o di scrivere quello che canti, o di fare il panettiere, il maestro di qualsivoglia disciplina tu buttati, provaci e vedrai che poi non ne potrai più fare a meno di continuare a farlo.
7 replies on “Buttati, anche se non è morbido!”
È proprio vero che la paura di essere giudicati condiziona la nostra vita, che sia una cosa consapevole o subconscia.
Ad esempio, quando siamo adolescenti cerchiamo a tutti i costi di uniformarci agli altri, comprare gli stessi vestiti, le stesse scarpe firmate, così da non essere giudicati come “strani”. Quando l’adolescenza te la lasci alle spalle, ridi di certi comportamenti che avevi, ma in realtà quei comportamenti e quella paura di essere giudicati si trasformano in “e se alla gente non piace?” “E se ridono di me?” “E se è Solo una perdita di tempo e nessuno sarà interessato?”.
Ecco che ci amalgamiamo nuovamente, proprio come quando eravamo adolescenti.
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Ed era proprio così che mi sentivo io, prima di buttarmi.
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Mi fai venir voglia di correre a scrivere!
Veniamo costantemente bombardati dalla routine e da ciò che è giusto o sbagliato fare che finiamo per dimenticarci di cosa ci rende veramente felici.
Hai fatto bene a buttarti, hai un modo bellissimo di esprimerti!
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Mi fai venir voglia di correre a scrivere!
Sono estremamente d’accordo con te, non c’è rimpianto più brutto di quello di “non averci nemmeno provato”. Vivere pensando “chissà come sarebbe andata se mi fossi buttato..” è come vivere a metà! Purtroppo viviamo in un contesto sociale in cui gli obiettivi, la routine e l’idea di ciò che è giusto o sbagliato ci fa perdere di vista ciò che ci rende realmente felici.
Hai fatto bene a buttarti, ti esprimi in un modo simpatico ma scorrevole e che ispira alla riflessione. Grazie!
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Grazie Jessica.
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Formosissimo incoraggiamento al fiorire della scrittura, cara Anita, brava!!! Nun smettere di rusignolare, magistra, c’hai ‘na voce che fa’rimare sanza rimario sorriso et paradiso, talvolta scrivere nun è altro che popolare per attimi, per momenti il paradiso, e te, angeletta, scendi e vai su con ali robuste, effendi di un tuo sillabario!!! Una osculatio celebrativa per questo blog!!! 😘😘😘😘😘
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Grazie Pepe. Queste parole mi incantano
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