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Piccole vittime

Quando si diventa adulti tutto ciò che ci è capitato nell’età della giovinezza sembra rimanere soltanto un lontano ricordo. Molto spesso ci dimentichiamo di come stavamo quando ci trovavamo nel pieno della nostra fanciullezza. Per questo quando sentiamo degli adolescenti parlare o li vediamo nei loro comportamenti abitudinari ci sembrano degli esseri provenienti da un altro pianeta. Crescendo infatti ci dimentichiamo di essere stati anche noi degli adolescenti e, a fatica, comprendiamo il loro universo. Mi è capitato qualche tempo fa, quando lavoravo ancora come educatrice, di avere un confronto con una ragazza nel pieno della sua preadoloscenza. Era il momento della ricreazione e tutte le sue compagne stavano in giardino a parlare mentre lei se ne stava in un angolo in disparte. Così assalita da un momento di forte empatia decisi di chiederle come mai non stesse con le sue compagne. Alla mia domanda la ragazza creò un muro tra di noi. Alla fine chi ero io per permettermi di intromettermi negli affari suoi? Sicura che le fosse successo qualcosa le chiesi nuovamente se le fosse capitato qualcosa di cui voleva parlare. Il muro divenne più spesso. Così io, che non sopportavo di vederla sola in un angolo, mi rivolsi alle sue compagne chiedendo loro se le avessero fatto qualcosa. Le ragazze collaborarono e mi riferirono che ormai da troppo tempo la ragazza era sempre triste. Aveva spesso momenti di buio in cui piangeva. Così tornai dalla ragazza e le dissi che l’avrei voluta aiutare. Lei comprensibilmente si alzò e iniziò a dirigersi verso la classe. La seguì. Entrò in aula e si infilò sotto il banco. La guardavo dalla porta sempre più afflitta. Poco dopo la ragazza cominciò a piangere. Fu quello il momento in cui capì che sarei dovuta intervenire. Le chiesi nuovamente cosa le stesse succedendo. Il muro a poco a poco sparì. Iniziò a farfugliare qualcosa su sua madre. E su suo padre. A quanto pare litigavano spesso. E qualche volta partiva anche un ceffone, uno schiaffo. E lei ne soffriva, molto. Così inizió a diventare tutto più chiaro. Le chiesi se voleva parlarne, magari in un’altra sede. Ma lei smise di piangere immediatamente e mi disse che nulla di ciò che mi aveva detto era reale. Il problema era un altro, mi disse. Ma io non le credetti. Avrei voluto consigliarle qualcuno oltre a me, con cui parlarne, ma lei disse che erano tutte fantasie. Era tutto nella sua testa. Capì che aveva paura. La ricreazione terminò.

Quel giorno tornai a casa pensando a quella ragazza. Il senso di impotenza mi assalì, sapendo che non avrei potuto fare nulla per lei. Avrei voluto sentire uno specialista. Ma cosa gli avrei detto? Che una ragazza confusa stava male per un motivo ma che forse il motivo era un altro? Non sapevo cosa fare. Poco tempo dopo lasciai quella scuola e andai a lavorare con i bambini. Quella ragazza non la vidi mai più. Forse se oggi mi fossi trovata in quella stessa situazione, forse mi sarei comportata in modo diverso. Forse avrei provato a parlare con i suoi professori o forse avrei potuto chiedere un colloquio con i genitori. Ma anche lì, cosa avrei potuto dire loro? Li avrei potuti accusare di qualcosa di cui non ero certa? E se la mia azione li avesse resi ancora più violenti, questa volta anche nei confronti della figlia?

Oggi ripenso a quella ragazza e a tutti i fanciulli che si trovano a vivere questa drammatica situazione. Non esagero dicendo drammatico poiché si tratta, effettivamente, di un dramma per i ragazzi. Assistere a episodi di violenza domestica come quello cui era sottoposta la giovane ragazza, anche se non era lei direttamente la vittima, ha fatto sì che nella sua testa qualcosa si lacerasse.

Infatti, come sostengono gli esperti,
quando bambini e adolescenti assistono a maltrattamenti e violenze tra i genitori, vivono una profonda paura, un terrore di perdere quelle che sono per loro le persone più importanti, come se ogni volta dovessero confrontarsi emotivamente con una potenziale morte. Si tratta di una condizione che genera sempre una profonda instabilità. Anche quando, apparentemente, sembrano non manifestare problemi evidenti, a livello psicologico si sprigionano un dolore e una sofferenza che li segneranno per tutta la vita.

Vorrei continuare questo post fornendovi una morale adeguata. Ma mi rendo conto di non essere la persona più adatta per farlo. Mi sarebbe tanto piaciuto, e forse era anche un mio dovere, aiutare quella giovane ragazza a tempo debito. Ma non l’ho fatto. Forse per mancanza di prove, forse, per paura. Ora so che se mi ritrovassi nella stessa situazione non esiterei ad alzare il telefono.

Per saperne di più o per un confronto scrivere a: vitadiunamaestra@gmail.com

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